Sanremo anno zero

Alla vigilia della 76° edizione del Festival di Sanremo, la sensazione è abbastanza chiara: questa è l’edizione più aperta degli ultimi dieci anni.

Non perché ci sia un cast clamorosamente forte, anzi: da mesi si parla di “livellamento verso il basso” del cast, dell’assenza dei superbig e di un generale rifiuto dei nomi che avevano animato e alzato esponenzialmente il livello della competizione durante questa decade. Onestamente non ci vedo né complotti né boicottaggi delle major: mi pare molto più facile pensare che Amadeus abbia portato il Festival a un picco altissimo ma oggettivamente insostenibile sul lungo periodo, una bolla dove ogni anno doveva essere “più grande” del precedente, con dentro praticamente chiunque contasse qualcosa nella musica italiana.

Ora che sono passati due anni dalla sua uscita di scena, ci siamo semplicemente riassestati sul livello che probabilmente compete al Festival: Sanremo 2026 assomiglia molto di più al 2020 che al 2023–24, e tutto sommato è anche normale che sia così. Ci saranno sempre annate più cariche e meno cariche, sappiamo tutti che dipende da mille fattori – calendari, progetti discografici, effettiva voglia degli artisti di mettersi in gioco – molti dei quali non sono realmente controllabili dal direttore artistico.

Per questo, per me, questo è un vero e proprio anno zero: già adesso si parla più di “chi ci sarà nel 2027” (sia in gara che, soprattutto, alla conduzione) che di chi salirà domani sul palco. Ma proprio per questo, sul piano della gara, secondo me sarà un’edizione divertente: non si capisce davvero chi sia il favorito, ma soprattutto manca una narrazione trainante per questa edizione – e sappiamo che a Sanremo la narrativa conta quanto e più delle canzoni. Il campo dei favoriti è insolitamente aperto, con 4–5 candidature che a mio avviso possono realisticamente vincere e un secondo giro di nomi che possono fare il colpaccio sfruttando nel miglior modo possibile le carte a loro favore.

TIER 1 – I VERI FAVORITI

Ermal Meta arriva con la carta più delicata e potenzialmente esplosiva di tutte: la canzone sociale, apertamente legata al tema della Palestina. È da anni che a Sanremo non vince un brano con un tema sociale forte; se quest’anno dovesse montare questa narrativa, lui sarebbe il candidato naturale ad impersonarla.

La canzone è una uptempo con ritmi balcanici, prodotta da Dardust: ai preascolti ha spiazzato molti, e infatti è rimasta subito fuori dalla top 5 della stampa. Il punto, però, è un altro: Ermal non sarà più “sulla cresta dell’onda” come nel 2018, ma ha un curriculum sanremese impressionante (un primo e due terzi posti in tre partecipazioni), e una fanbase organizzata (i famosi “lupi”) che in queste dinamiche sa muoversi molto bene.

È la candidatura che presenta il ceiling, e allo stesso tempo il rischio, più alto fra tutte: se la gestione mediatica del tema-Palestina sarà goffa, se le domande scomode verranno affrontate male, rischia di essere bollato come divisivo e frenato dalle giurie. Ma se trova il modo giusto per entrare nel dibattito del momento, è l’unico che può davvero spostare l’asse del Festival su un terreno “storico”. Per me, al netto di tutto, è il favorito numero uno.

– Metto al secondo posto della lista Fedez & Marco Masini non perché “devono” vincere, ma perché hanno tutte le leve giuste per farlo. Fedez è al terzo Sanremo in sei anni: non è più la novità, ormai è una presenza ricorrente. Il personaggio è controverso, divisivo, spesso ingombrante, ma come abbiamo visto l’anno scorso ha una cosa che pochissimi in Italia possiedono davvero: la capacità di costruire un racconto attorno a sé.

L’abbinamento con Masini è la mossa che lo legittima agli occhi degli scettici, in quanto rassicura una parte di pubblico più adulto e sembra essere piaciuta alla stampa molto più delle sue proposte precedenti. Al televoto Fedez parte con un vantaggio oggettivo; non lo dico io, ma i risultati che ha saputo ottenere nelle sue partecipazioni precedenti; è chiaro che la sua sovraesposizione negli ultimi anni gli costi qualcosa in termini di credibilità e posizionamento, ma allo stato dell’arte è il concorrente fra i 30 in gara che vanta il seguito social più ampio e disposto a mobilitarsi. E va detto che, a differenza degli anni scorsi, finora è rimasto sorprendentemente fuori dalle polemiche: meno rumore, più spazio per far parlare la canzone e non solo il personaggio. Il rischio, come sempre, è che la sua smania di protagonismo finisca col fagocitare il progetto. Ma se “Male necessario” funziona in tv e la regia li accompagna, è una candidatura che secondo me va presa molto sul serio.

– Tommaso Paradiso, sulla carta, è il nome più grosso in gara e l’unico vero debuttante “di peso” di quest’edizione. I Thegiornalisti sono stati il gruppo italiano del momento per svariati anni, anche se l’apice è passato da un pezzo e la carriera solista del cantautore di Prati non è mai veramente esplosa come ci si aspettava.

Però attenzione: il fatto che Paradiso sia sparito dai titoli non significa che non abbia più un suo pubblico. Non avere paura, il suo debutto da solista, col tempo ha messo assieme quasi CENTO milioni di streaming (risultato paragonabile alle più grandi hit dei Thegiornalisti); svariati brani dell’album Space Cowboy, certificato Oro nel 2022, veleggiano tranquillamente sui venti milioni a testa. Paradiso farà Paradiso portando una canzone nel suo stile, fra immagini generazionali, romanticismo, miele e nostalmagia (cit.) incorporata: lo stesso meccanismo che ha tenuto in alto i Modà per anni e che può riportarlo in auge soprattutto pensando al pubblico generalista. Per me è molto più forte di quanto venga percepito oggi, soprattutto al televoto. Tendo a pensare che lo si stia sottovalutando parecchio.

Serena Brancale è la favorita nominale delle scommesse. Porta una ballad dedicata alla madre scomparsa, e su questo ha costruito tutta la comunicazione pre-Festival: è un tipo di racconto che il pubblico generalista capisce al volo, e la scelta di presentarsi con un look e un immaginario diversi rispetto alla Anema e core del 2025 è sicuramente furba. I preascolti descrivono Qui con me come una proposta sanremesissima nel senso più classico del termine: voce, emozione, grande crescendo emotivo e lacrimuccia assicurata.

I problemi sono due, e non banali: sappiamo quanto le donne fatichino al televoto di Sanremo, e tanto più questo discorso vale per Serena che è un’artista tutto sommato emergente e non ha ancora una fanbase strutturata che possa compensare le vere corazzate messe in campo dai suoi avversari. Se l’anno scorso Giorgia non è entrata in top 5, perché dovrebbe farcela Serena Brancale nel 2026? Per far saltare il banco, lei non può permettersi di essere “solo” molto brava: deve essere straordinaria, di quelle performance che fanno dire a tutti “ok, è lei”. La candidatura c’è, ma la vedo più fragile di quanto dicano i bookmaker.

 

TIER 2 – GLI OUTSIDER

Ditonellapiaga è uscita dai preascolti dei giornalista come la più votata in assoluto: la canzone viene descritta ovunque come una bomba, de amor e non solo. In più, ha un jolly enorme: nella serata cover avrà con sé TonyPitony, il personaggio virale del momento, che può regalarle lo stesso boost che Topo Gigio ha dato alla candidatura di Lucio Corsi l’anno scorso.

Gli ostacoli sono i soliti: fanbase piccola, Margherita non è la miglior interprete live del lotto, l’orchestra di Sanremo tende a massacrare i brani uptempo, il solito bias contro le donne percepite come “non serie” al televoto. Se il pezzo regge dal vivo ed esplode fuori dall’Ariston, può innanzitutto entrare nella cinquina finale e da lì in poi giocarsi le sue carte e persino puntare al bersaglio grosso.

Arisa è la seconda opzione naturale in quota “ballad femminile”, se Serena non dovesse convincere del tutto. Ha una voce pazzesca, ed è il tipo di artista che prende voti solo aprendo bocca. Contro di lei giocano i soliti temi: poco televoto per le artiste donne e per lei in primis (fu decima nella finalissima del 2021 con uno slot di uscita praticamente sul picco di share), è un’artista che ha partecipato mille volte a Sanremo in mille salse, vederla vincere nel 2026 saprebbe un po’ di anacronistico.

Fulminacci ed Eddie Brock rappresentano nel modo migliore il gusto italiano e l’attuale genere più in voga nel nostro panorama musicale: il cosiddetto boyfriend pop. Ragazzo carino, un po’ stropicciato, che canta d’amore (felice o infelice) in modo sufficientemente specifico da sembrare autentico, ma abbastanza generico da permettere all’ascoltatrice di immedesimarsi e fingere che la canzone sia “per lei”. È il pubblico che televota di più e che negli anni ha spinto Ultimo, Olly ma anche i Pinguini Tattici Nucleari.

Fulminacci porta la versione più cantautorale e sofisticata del pacchetto; Eddie Brock quella più smaccatamente pop, con in più il boost di TikTok grazie al fenomeno Non è mica te, di cui il brano sanremese promette di essere una copia carbone a livello di linguaggio e atmosfera. Sono due nomi che oggi non metto nel primo tier, ma che rischiano di sfondare al televoto ed avere anche un certo beneplacito delle giurie. 

– Con Luché e Sal Da Vinci entriamo nel territorio “Napoli contro tutti”. Più il secondo che il primo, in realtà: Sal è un simbolo di un certo immaginario partenopeo che la stampa “alta” ama prendere di mira, e proprio per questo può diventare il catalizzatore di un televoto di reazione, esattamente come è successo con Geolier nel 2024.

Scenario plausibile. Certi “giornalistoni” demoliscono la proposta come musica neomelodica bassa, “da Castello delle Cerimonie”; parte il solito giro di articolesse ed editoriali paternalisti su cosa debba o non debba essere la “vera musica” a Sanremo, fomentando allo stesso tempo sia l’odio e gli insulti del popolino che il vittimismo di una parte di partenopei; Napoli e dintorni, come è immaginabile, rispondono a colpi di SMS.

A differenza del 2024, non esiste alcun failsafe o contrappeso che possa arginare questo fenomeno equilibrando il rapporto fra televoto e giurie. Se Sal Da Vinci dovesse prendere anche la metà dei televoti di Geolier nella finalissima di due edizioni fa, con ogni probabilità il suo nome sarebbe già inciso sul leoncino.

Tredici Pietro è uno dei pochi “figli di” che sta facendo un percorso serio per differenziarsi dal cognome che porta; fa molto il fatto che Gianni Morandi è una delle pochissime figure universalmente amate in Italia (l’abbiamo visto a Sanremo 2022) e la partecipazione in gara di Pietro si muoverà sul doppio binario affetto/curiosità. La scelta della cover – Vita, brano super iconico del repertorio del padre – è furba e potentissima: se la azzecca, quella sera può spostare parecchio in termini di percezione del personaggio.

Sayf è l’outsider con la “canzone sociale” dedicata a un’Italia raccontata con uno sguardo disincantato ma affettuoso, un tema su cui è facile costruire discorso e narrazione. Ai preascolti ha preso votoni (anche dei 10!) e si vede che i critici musicali credono in questa proposta e stanno provando a lanciarlo. Forse è leggermente sopravvalutato dai bookmaker in chiave vittoria, non so quanto un debuttante pressoché assoluto nel panorama italiano mainstream (che lo conosce, nel caso, solo come “quello che canta Sto bene al mare assieme a Mengoni) possa sfondare in termini di preferenze, però sta facendo parlare di sè più di tanti altri e questo basta.

 

TIER 3 – TUTTI GLI ALTRI

Qui ci metto il resto del cast, non in senso dispregiativo, ma in termini di probabilità reale di vittoria alla vigilia. In un Sanremo così aperto è chiaro che le sorprese sono sempre possibili; ma se guardiamo a numeri, narrative e tipo di brani, i nomi che oggi possono davvero alzare il leoncino d’oro *a mio avviso* restano quelli dei primi due blocchi.

(Siccome so che mi verrà chiesto infinite volte: non ho intenzione di parlare di Eurovision Song Contest in questa mia trattazione di Sanremo 2026. Non perché l’ESC all’improvviso non mi interessi più, ma perché sappiamo tutti come sia concreta la possibilità che il vincitore di questa edizione scelga di non andare. Ci sono di mezzo equilibri interni ed eventuali rifiuti dovuti a scelte artistiche, di interesse discografico o legate al contesto internazionale e geopolitico che viviamo: è tutto talmente fluido e mutevole che mettersi già ora a proiettare il Festival dentro l’Eurovision mi sembra solo un modo sicuro per rovinarsi la settimana. Quest’anno, più che mai, mi piacerebbe che Sanremo venisse guardato per quello che è: un Festival con le sue dinamiche, le sue storie, i suoi pregi e difetti, senza trasformare ogni nota in un ennesimo referendum su Vienna, sull’EBU o su Israele.)

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