A settembre avevo scritto, più o meno ovunque, che non avrei parlato di Vienna 2026 finché “non ci fosse stata la certezza che il contest si sarebbe svolto in una forma dignitosa”. Non mi sembrava il caso, mentre giravano minacce di ritiro e boicottaggi, di mettermi a fantasticare su loghi, cartoline e “chi mandiamo quest’anno”, come se Malmö e Basilea non fossero mai esistite. Parlare con entusiasmo dell’edizione 2026 mentre il marchio era – come lo è tuttora – sotto accusa mi avrebbe fatto sentire come quello che commenta il palco mentre il palazzetto prende fuoco.
Nel frattempo, però, sono successi due sviluppi che mi hanno fatto tornare a guardare positivamente verso Vienna 2026. Da un lato, tre Paesi dell’Est sono tornati in gara: Bulgaria, Romania e Moldavia hanno rimesso il piede dentro la porta, in controtendenza rispetto all’erosione costante dell’ultimo decennio. Uno sviluppo che auspicavo da anni e che onestamente non ritenevo possibile nello scenario attuale, tanto più considerato il modo in cui l’Est Europa è stato progressivamente marginalizzato e accompagnato all’uscita negli anni scorsi.
Dall’altro, l’EBU ha finalmente messo mano al sistema di voto, annunciando modifiche non banali: ritorno delle giurie in semifinale (era ora!), giurie nazionali allargate da 5 a 7 membri e ringiovanite, limite massimo di voti per metodo di pagamento ridotto da 20 a 10 e nuove linee guida contro le campagne di voto promosse o sostenute da governi e agenzie statali. Per la prima volta dalla pandemia ho avuto la sensazione che qualcuno, nella stanza dei bottoni, abbia quantomeno riconosciuto che il sistema attuale non era più sostenibile.
La realtà è che la polemica e le contestazioni non erano state del tutto sopite, ma covavano sotto la cenere in attesa dell’assemblea generale dell’EBU programmata per il 4 dicembre, in cui si sarebbe dovuto ridiscutere il nuovo regolamento e la presenza di Israele (rappresentata dal broadcaster KAN) all’Eurovision 2026. Come è finita lo sappiamo tutti: nessun voto esplicito se non quello sulle modifiche al sistema di voto, Israele confermata in gara… e a stretto giro, cinque nazioni che hanno deciso di sfilarsi: Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna e, pochi giorni dopo, Islanda. Non solo non parteciperanno, ma in tre casi (Irlanda, Slovenia, Spagna) neanche trasmetteranno la manifestazione.
A questo punto, far finta di niente non è più un’opzione. Non trovo abbia senso continuare a parlare di canzoni e selezioni nazionali come se il problema fosse solo capire chi farà più punti in finale: l’Eurovision sta attraversando, parole di Mark Savage e Ian Youngs (BBC), “la più grande crisi della sua storia” – e il modo in cui l’EBU, i broadcaster e il fandom nel complesso hanno scelto di gestirla merita di essere raccontato per quello che è, non per quello che il sentire comune vorrebbe farci credere.
L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’EBU: PERCHÉ È STATA UN ERRORE
Partiamo da un presupposto che a me sembra ovvio, ma che il fandom ha allegramente ignorato per settimane: non c’è mai stata una reale possibilità che Israele venisse espulsa a maggioranza. Quando, dopo l’annuncio del cessate il fuoco, ha cominciato a circolare la voce che “tanto all’assemblea di dicembre li cacciano”, si è messo in moto un gigantesco gaslighting collettivo: ogni giorno si poteva leggere qualcuno pronto a farsi virtualmente immolare se non si fosse arrivati a questo benedetto voto dirimente.
In questo contesto, l’errore dell’EBU non è stato “non aver espulso Israele” perché realisticamente non l’avrebbe fatto comunque, e poi vedremo il motivo. L’errore è stato mettere in piedi un meccanismo di voto pensato apposta per evitare di assumersi una responsabilità esplicita, camuffando la questione come un tecnicismo di regolamento.
Di fatto, ogni Paese (non ogni broadcaster: ogni Paese, anche dove ci sono più membri EBU) aveva a disposizione 24 punti da usare così:
-
votarli a favore del nuovo regolamento → regole approvate e Israele automaticamente in gara;
-
votarli contro → regole bocciate e solo in quel caso si sarebbe aperto un voto separato sulla partecipazione di Israele;
-
astenersi.
Risultato finale: 738 sì, 264 no, 120 astenuti.
La soglia per arrivare a un voto esplicito su Israele era volutamente altissima. Per dire “non vogliamo Israele in gara” bisognava prima affossare in blocco un pacchetto di regole che, in larga parte, andavano nella direzione giusta – e che di per sé non c’entravano con la gestione specifica degli ultimi due anni, ma con la preservazione dell’integrità del contest negli anni a venire (che, come ho ricordato più volte da Malmö in poi, è un tema molto più grande e spinoso della partecipazione di un singolo Paese). Si è creato un ovvio cortocircuito: se sei favorevole alle nuove regole ma contrario alla presenza di Israele, ti viene chiesto di scegliere quale principio sacrificare. Non c’era nessun bisogno di legare le due cose in quel modo, se non rendere praticamente impossibile lo scenario della “cacciata”.
Da qui, secondo me, nasce il problema di fondo: l’EBU ha trasformato una questione di disciplina interna (come sanzionare un membro che ha tirato la corda oltre il limite accettabile) in un referendum politico gigantesco, aperto anche a Paesi che non partecipano all’Eurovision ma sono membri dell’EBU. Sarebbe stato surreale – e potenzialmente esplosivo – se il destino della partecipazione di Israele fosse dipeso dal voto di nazioni a maggioranza islamica come Algeria, Giordania, Libano, Marocco, Tunisia, Turchia, Egitto, alcune delle quali non partecipano al contest proprio in funzione della presenza di Israele.
Quello che, secondo me, l’EBU avrebbe dovuto fare era esattamente l’opposto: non mettere ai voti un singolo Paese, ma assumersi la responsabilità di sanzionare KAN per le violazioni concrete avvenute negli ultimi due anni. Idealmente: uno stop di un anno alla partecipazione di Israele, da ridiscutere dopo il 2026. Ma per arrivarci servivano prove solide e inoppugnabili, non le convinzioni del fandom prese come dogma.
E qui arriva un altro nodo che pochi hanno il coraggio di ammettere: ad oggi nessuno ha dimostrato pubblicamente che il governo israeliano abbia manipolato in modo illegale il televoto nel 2024 e nel 2025, nel senso stretto di violazione delle regole EBU. Che ci siano state campagne martellanti promosse da figure governative è scritto, documentato e – da solo – già abbastanza grave, perché il regolamento ha permesso la mobilitazione di un pubblico completamente avulso all’ESC in favore di una nazione e di una causa che quel pubblico voleva supportare, non più dell’artista e della canzone in quanto tali. Che ci siano state interferenze illegali nell’infrastruttura di voto è un’altra cosa, ed è quello che in tantissimi danno per scontato come se fosse Vangelo, senza spiegare perché – se davvero il televoto israeliano è stato gonfiato a colpi di SIM – tutti i set di “12 punti” per Eden e Yuval siano arrivati dalle grandi nazioni dell’Ovest, e non già da quelle più piccole dove sarebbe stato molto più semplice “comprare” il risultato con uno sforzo minore.
(Nel frattempo, esistono invece comportamenti contestabili e davvero sanzionabili, come il commentatore di KAN che insulta o deride artisti e delegazioni considerate “nemiche” di Eden Golan durante la finale del 2024. Ma su quello nessuno sembra essersi strappato le vesti nelle sedi opportune, né dopo Malmö né ora.)
La maggioranza dei Paesi che oggi boicottano ha motivato la sua posizione con il conflitto bellico che ha devastato Gaza negli ultimi due anni, la sproporzione di vittime civili causata dall’IDF e dal governo Netanyahu e il targeting dei giornalisti che hanno provato a criticare l’EBU sulla gestione della partecipazione di Israele. Motivi sacrosanti, per carità, e ci sta pure che nel 2024 non si sia potuto fare molto di più: le finestre per ritirarsi senza penali erano già scadute e l’unica forma di protesta praticabile era, di fatto, restare e alzare la voce. Da questo punto di vista, il “salto” al 2025 come anno-chiave per boicottare il contest era quasi inevitabile.
Detto ciò, la domanda rimane: se il problema è davvero solo la guerra, perché arrivare al boicottaggio solo ora? Perché non trasformare il 2024 in un casus belli già l’anno scorso, invece di aspettare Vienna?
Il passaggio chiave, secondo me, è proprio ciò che è successo tra Malmö e Basilea. Nel 2024 si poteva ancora raccontare il plebiscito al televoto come una combinazione irripetibile: l’effetto shock di Malmö, le contestazioni dentro e fuori l’arena, le manifestazioni fuori, il leak del televoto italiano, la narrazione vittimistica portata avanti da KAN. In tanti, anche in buona fede, hanno pensato che si sia trattato di un unicum figlio di un’edizione evidentemente fuori controllo. L’idea era: se li ignoriamo, se smettiamo di amplificare tutto e se in sala stampa e sui social non si parla solo di loro, la bolla in qualche modo finirà per sgonfiarsi.
Basilea ha dimostrato che non era così. Nel 2025 Israele è andata ancora più vicina a vincere, con un televoto quasi fotocopiato rispetto all’anno prima, ottenuto in un contesto molto meno incendiario dal punto di vista mediatico. La strategia del “facciamo come se non esistessero” non ha funzionato: la mobilitazione di chi voleva esprimere un sostegno politico, identitario o emotivo a Israele ha semplicemente trovato un nuovo equilibrio, meno rumoroso ma non meno efficace. L’Eurovision è diventato, per il secondo anno di fila, un referendum emotivo sulla causa israeliana più che una competizione tra canzoni.
In astratto, posso capire perfettamente chi dice: “io non voglio che il mio Paese partecipi a un evento che può essere usato per fare propaganda”. E trovo totalmente condivisibile l’idea che nessuno Stato – non solo Israele – dovrebbe poter trasformare l’Eurovision in un megafono di vittimismo nazionale o di messaggi politici travestiti da canzone.
La mia sensazione – spiacevole ma difficile da scacciare – è però che il vero punto di rottura non sia stato “Israele in guerra”, ma Israele competitiva. Cioè: il timore concreto che, anche nel 2026, il televoto potesse trasformarsi di nuovo in una dimostrazione plastica di supporto del pubblico europeo a Israele, come nel 2024 e nel 2025; cosa che non solo avrebbe ulteriormente svilito il significato della manifestazione, ma non sarebbe stata gradita ai rappresentanti dei broadcaster coinvolti. È una lettura che mette a disagio, ma che torna quando si guarda a come Israele ha usato l’ESC in questi due anni: non solo come vetrina musicale, ma come strumento di soft power, di legittimazione internazionale, di costruzione di un racconto con loro “soli contro tutti” ma sostenuti da chissà quale maggioranza silenziosa che vota in massa da casa.
La prova di questo ragionamento, per me, è in certe uscite surreali tipo la proposta di RTVE (Spagna) di far gareggiare Israele e Ucraina sotto bandiera neutrale, come se il problema si risolvesse togliendo di mezzo la bandiera. Una soluzione che definire ridicola è fargli un complimento, anche per la leggerezza con cui mette sullo stesso piano la situazione dell’Ucraina negli ultimi tre anni e quella di Israele oggi (ci torneremo).
E poi ci sono dichiarazioni come quelle della presidentessa di RTVSLO (Slovenia) Natalija Gorščak: “vediamo come va quest’anno: se le nuove regole funzionano, l’anno prossimo potremmo tornare”. Cosa vuol dire esattamente? Che se Israele con il nuovo sistema floppa al televoto e finisce quindicesima, all’improvviso il problema morale e politico si ridimensiona e tutti rientrano all’ovile? È il modo più rapido per svuotare di senso un boicottaggio che, sulla carta, dovrebbe essere di principio.
Perché la verità è anche questa: se Israele non fosse competitiva all’Eurovision come non lo è in molti sport, questa polemica verrebbe molto ridotta. E lo si vede benissimo in Italia, un Paese dove le proteste pro-Palestina sono state enormi, ma nessuno ha mosso un sopracciglio per la presenza dei fratelli sciatori Szőllős o della pattinatrice Mariia Seniuk che saranno in gara tra poche settimane alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026; né tantomeno è stata presa seriamente in discussione la possibilità che la nazionale di calcio non giocasse regolarmente le partite di qualificazione ai Mondiali contro Israele. Qualche polemica c’è stata, sicuramente, ma nessuno ha seriamente immaginato per un secondo che l’Italia di Gattuso potesse rifiutarsi di scendere in campo.
L’ultimo elemento che rende tutto ancora più tossico è che nessuno ha voluto mettere pubblicamente un orizzonte a questo “ban di fatto”. Nessuna condizione minima per un eventuale reintegro, nessun parametro chiaro su cosa dovrebbe cambiare – sul fronte politico, mediatico, regolamentare – perché Israele venga considerata di nuovo “presentabile” sul palco di ESC.
Perché per una parte non piccola del fandom e della sfera mediatica l’obiettivo non è “mettere pressione finché dura la guerra”: è tenerli fuori per sempre. Allo stesso tempo, dalla parte opposta non vedo nessun reale tentativo di stemperare i toni: la partecipazione di KAN all’Eurovision continua a essere raccontata – da politici, opinionisti e media filo-israeliani – come un test di fedeltà, una prova di chi “sta dalla parte giusta”, non certo come una semplice partecipazione a un concorso di canzoni. E se questo è il sottotesto che regge il tavolo, dall’una e dall’altra parte, è difficile continuare a raccontare l’Eurovision come se fosse solo un contest musicale.
IL BOICOTTAGGIO: PERCHÉ NON BASTA (E NON RISOLVE IL PROBLEMA)
Parto da una premessa personale: non ho mai creduto che i boicottaggi, da soli, risolvano davvero qualcosa, a meno che non siano quasi totali. Cioè: o si crea un fronte comune che dice “quest’anno se c’è Israele non si fa l’Eurovision”, oppure il rischio è sempre quello di fare una grande battaglia simbolica, molto rumorosa, con risultati pratici minimi.
Nel nostro caso non c’è mai stato niente del genere. Lo sapevamo fin dall’inizio: non solo non c’era un consenso diffuso sull’assenza di Israele, ma il primo e più convinto sponsor della sua permanenza era proprio l’Austria, il Paese che deve organizzare l’edizione 2026. Posso anche capire la posizione dell’EBU: sono abbastanza sicuro che un’espulsione formale di Israele, votata dai broadcaster, avrebbe portato in risposta al ritiro di altre nazioni. Il presidente della ZDF Norbert Himmler, nonché lo stesso primo ministro tedesco Friedrich Merz, l’avevano fatto capire tra le righe: ci sono Paesi per cui l’esclusione di Israele è una linea rossa. E sappiamo tutti che nessun direttore generale verrà mai allo scoperto a dire: “se fate fuori Israele, noi ci ritiriamo”. Queste frasi si dicono solo dopo, a decisione presa.
È qui che il paragone con Russia e Bielorussia, inevitabilmente, torna ogni due per tre – e secondo me, in qualche modo andrebbe riportato sui binari giusti. Per il fandom “espellere Israele come la Russia e la Bielorussia” è una formula facile, ma a livello regolamentare stiamo parlando di casi molto diversi.
La Bielorussia è stata prima squalificata dall’Eurovision 2021 (dopo aver provato a mandare una canzone apertamente politica) e poi sospesa come membro EBU: non “solo” per le azioni del governo Lukashenko, ma perché il broadcaster BTRC non rispettava più i requisiti minimi di pluralismo, indipendenza editoriale e tutela dei diritti previsti dallo statuto EBU, diventando di fatto un puro organo di propaganda statale. La Russia è stata esclusa dall’Eurovision 2022 all’indomani dell’invasione dell’Ucraina – su pressione di diversi broadcaster europei – e in seguito i membri russi dell’EBU (Pervyj Kanal e RTR) hanno interrotto i rapporti con l’unione, uscendo dall’organizzazione.
KAN, con tutti i suoi problemi e con tutte le pressioni politiche del caso, non rientra in quella categoria: altrimenti Netanyahu l’avrebbe già smantellata da anni. In più, Russia e Bielorussia sono sotto un regime di sanzioni internazionali formali; Israele no. Piaccia o no, su un piano politico-legale EBU è molto meno “coperta” per escludere Israele di quanto non lo fosse nel 2022 per escludere dal gioco Mosca e Minsk.
Tutto questo, sia chiaro, non assolve nessuno: la pretesa che KAN non faccia gli interessi dello stato di Israele è evidentemente venuta meno dal momento in cui hanno cominciato a utilizzare la propria partecipazione all’Eurovision per fomentare la loro narrativa. Ma rende evidente una cosa: voler forzare l’EBU (o i broadcaster europei) a replicare pari pari lo schema Russia/Bielorussia su Israele è, semplicemente, ignorare che siamo proprio in un altro campo di gioco.
C’è poi un’altra cosa che non aiuta: la narrazione tossica dell’Eurovision “apolitico” ripetuta da EBU a pappagallo in ogni comunicato, ad ogni intervista, come se bastasse dichiararsi neutrali per eliminare la politica dall’equazione. È un’ipocrisia che non regge alla prova dei fatti.
L’Eurovision è politico da quando è nato: assieme a Jeux Sans Frontiéres è stato uno degli strumenti con cui l’Europa occidentale “unita” ha messo in scena se stessa nel dopoguerra, negli anni 2000 è diventato una piattaforma potentissima per integrare simbolicamente le nazioni dell’Est appena entrate (o in procinto di entrare) nell’Unione Europea. In particolare nel periodo 2004–2010, l’Eurovision è stato uno strumento di soft power formidabile per l’europeismo allargato di quei giorni, in cui i paesi ex-comunisti o comunque al di là della fu “cortina di ferro” potevano sedersi al tavolo come pari con l’Europa occidentale.
“Politico” non significa per forza “sporco” o “cattivo”: vuol dire che ci sono dinamiche di potere, narrazioni nazionali, equilibri geopolitici che entrano per forza nel suo racconto, dal momento che nasce per unire 40 nazioni europee sotto la stessa bandiera per una o più notti. Per questo, personalmente, non credo che la risposta di principio “teniamo Israele fuori finché dura la guerra” sia sufficiente – soprattutto se arriva solo da cinque o sei Paesi su 37.
Quello che andava fatto, secondo me, era un’altra cosa: rendere Israele inoffensiva dal punto di vista del voto. Non loro in sé, ma qualsiasi Paese tentato di usare l’ESC come cassa di risonanza di una causa politica. Tradotto in parole povere – ristrutturare il sistema di voto affinché sia il più difficile possibile trasformare l’Eurovision in un referendum emotivo. Limitare l’impatto di campagne a tappeto, coordinate, finanziate o comunque spinte da governi, partiti, lobby. Non solo perché così si evita di creare un’“eccezione Israele”, ma perché si manda un messaggio chiaro a tutti: qui, per vincere, serve ancora una canzone competitiva e non solo un messaggio da incanalare.
La madre di tutti i problemi è stata, inevitabilmente, Torino 2022. Il televoto “a valanga” per i Kalush Orchestra è stato presentato e cavalcato dall’EBU come un messaggio altissimo e nobilissimo: “l’Europa è unita con l’Ucraina invasa”. Una narrazione potentissima, quasi irresistibile: dopotutto, chi non vuole sentirsi dalla parte giusta della storia? Peccato che, tre anni e mezzo dopo, sappiamo benissimo quanto fragile sia stato quel consenso nella realtà – e quanto limitato, rispetto alla retorica dei primi mesi, sia stato il sostegno concreto all’Ucraina sul piano militare e politico da parte di molti Paesi europei.
Se l’obiettivo fosse stato davvero supportare la causa ucraina, esisteva una strada molto più lineare – e, paradossalmente, anche molto più forte – che non trasformare il televoto in un plebiscito. Si sarebbe potuto invitare i Kalush Orchestra (e magari i primi tre classificati del Vidbir 2022) come ospiti fissi delle tre serate uno per show; lasciarli esibire fuori gara, in slot ben visibili, e destinare tutti i proventi del televoto di quell’anno a un fondo umanitario legato all’Ucraina – sul modello di quanto fa ogni anno la Svezia con Radiohjälpen e il Melodifestivalen, che ha raccolto milioni di corone per cause umanitarie, inclusa l’emergenza ucraina.
Sarebbe stato un gesto inequivocabile: “non vi facciamo vincere una gara canora per pietà, ma usiamo la gara per mandare risorse reali a chi ha bisogno”.
Nel mondo reale, però, quella soluzione non è mai stata davvero sul tavolo. Era troppo importante che l’Ucraina partecipasse in gara e vincesse in gara, con un televoto monstre, così da poter vendere al mondo l’immagine di un’Europa compatta che a colpi di SMS e app “abbraccia” il Paese invaso. Il problema è che quella scelta – sul momento comprensibile, se ci si mette nei panni di chi prendeva le decisioni a marzo 2022 – ha aperto una porta che nessuno ha più saputo richiudere.
Tutti hanno visto che l’Eurovision può essere usato per convogliare un messaggio simbolico molto più forte di qualsiasi canzone. Israele l’ha capito subito, tanto che nel 2024 è stato lo stesso presidente Isaac Herzog ad attivarsi personalmente per tenere KAN dentro “costi quel che costi”, fino alla riscrittura di October Rain in Hurricane pur di rientrare nelle maglie del regolamento. E oggi sappiamo, grazie ai retroscena pubblicati da Ynet, che Herzog si è mosso anche nei mesi scorsi per fare in modo che il fronte pro-espulsione non raggiungesse i propri scopi.
L’ESC non è più “solo” un concorso canoro: è un campo di battaglia di soft power, e al tavolo delle trattative non siedono solo i capidelegazione ma anche presidenti, consiglieri diplomatici e lobbisti. In questa partita si incrociano la goffaggine generalizzata dei broadcaster europei e la furbizia e cattiveria agonistica (in senso neutro) di Israele e KAN.
Da un lato, abbiamo avuto una campagna pro-boicottaggio impostata in modo – mi dispiace, ma non riesco a usare un altro aggettivo – confuso, con dichiarazioni che mescolano guerra, politica interna, gestione EBU, “principi” molto vaghi e quasi mai un focus preciso sui comportamenti sanzionabili di KAN e del governo israeliano rispetto al contest, né una linea comune su cosa chiedere (al di là della loro espulsione in perpetuo) e su quali condizioni minime porre per un eventuale rientro. Dall’altro, abbiamo un fronte israeliano furbissimo e sgamatissimo, che nel frattempo gioca su più tavoli: sappiamo da settimane che nella selezione greca per l’Eurovision 2026 compare tra gli autori Keren Peles, co-autrice di October Rain/Hurricane e di New Day Will Rise, coinvolta nel brano presentato dalla cantante emergente Xannova Xan. In caso di espulsione di Israele, questa proposta avrebbe potuto essere potenzialmente in gara a Vienna e rappresentare la sua proxy (!) su cui convogliare il supporto venuto meno, tanto più che la Grecia è storicamente uno dei Paesi europei più vicini a Israele sul piano diplomatico.
In questo contesto, l’unico modo serio per ridimensionare il gioco non era sperare in un voto magico che facesse sparire Israele dalla lista dei partecipanti, ma intervenire sulle condizioni stesse del voto, rendendo il più difficile possibile trasformare il televoto in un referendum pro o contro una causa politica.
A questo punto la domanda è legittima: quando dico che Israele andava reso “inoffensivo”, che cosa intendo concretamente?
In un tempo non troppo lontano, un Paese ha provato a vincere l’Eurovision in modo non propriamente pulito. L’EBU se n’è accorta, ha deciso di non pubblicare i risultati completi di quell’edizione (perché se fossero usciti, il giochetto sarebbe stato evidente a tutti) e soprattutto ha preso da parte il broadcaster in questione dicendo, in sostanza: “adesso tenete la testa bassa per un bel po’. Se ci riprovate, vi facciamo fuori senza troppi complimenti”. Non faccio nomi, ma chi segue il contest con un minimo di memoria storica sa perfettamente di cosa sto parlando.
Così si sarebbe mandato un doppio messaggio: da un lato, “nessuno è al di sopra del regolamento”; dall’altro, “non stiamo giudicando il vostro diritto a esistere o a difendervi, ma il modo in cui avete abusato di un concorso musicale per i vostri scopi”. Invece non è arrivata nessuna sanzione concreta, nessun richiamo formale, nessun anno sabbatico imposto, nessun cartellino giallo o rosso che sia. Il risultato è la percezione, secondo me legittima, di un doppio standard: ci sono delegazioni per cui certe cose “non passerebbero mai”, e invece per Israele si è chiuso un occhio, poi l’altro, infine tutti e due.
C’è poi una domanda che mi sembra nessuno, ai piani alti, stia facendo con sufficiente serietà: cosa succede il giorno in cui qualcuno porta davvero in gara un artista palestinese? L’Islanda c’è andata vicinissima due anni fa con Bashar Murad, sconfitto da Hera Björk nella contestatissima finale del Söngvakeppnin 2024; San Marino l’anno scorso aveva in lineup Milad Fatouleh, fermato alla primissima fase della selezione. È solo questione di tempo prima che una candidatura del genere arrivi fino al palco. Vogliamo davvero che l’Eurovision diventi un referendum al televoto su “da che parte stai, Israele o Palestina”? La parte più rumorosa del fandom – quella che vive di QRT, thread incendiari e call-out – non avrebbe nessun problema a trasformare la cosa in un gigantesco vote for the cause da entrambe le parti. Ma l’EBU ci sta pensando? Ha un piano? Ha idea di come gestire due campagne parallele, ugualmente identitarie, che si fronteggiano nella stessa edizione?
Qui si apre un altro fronte che meriterebbe un capitolo a parte: il ruolo del fandom. Per anni (e l’abbiamo raccontato mille volte) l’EBU ha progressivamente abbandonato la sua fanbase storica – quella dei club OGAE, dei primi siti e forum, dei fan media “artigianali” che hanno tenuto in vita il contest quando faceva ascolti molto più modesti – per inseguire un pubblico nuovo, giovane, molto online, molto politicizzato.
Di per sè, non c’è nulla di sbagliato nel voler parlare a loro. Il problema è farlo al posto di chi c’era prima, e senza mettere in conto che un certo tipo di cultura online vive di escalation permanente: se la tua identità è definita dalla lotta, quella lotta dev’essere costantemente alzata di livello. Sono persone che, in nome del principio che sostengono, sono pronte a bruciare tutto il resto – contest incluso. E da questo punto di vista, mi dispiace dirlo, l’EBU sta raccogliendo esattamente quello che ha seminato.
Hai costruito per decenni una narrativa di ESC come safe space, “casa” di tutte le identità, simbolo di un’Europa ideale dove i valori contano più dei confini, e poi ti stupisci se una parte del tuo fandom ti chiede coerenza assoluta, anche a costo di far saltare il gioco. È un corto circuito che prima o poi doveva arrivare e che, senza una riforma seria delle regole e del modo in cui si comunica il contest, rischia di diventare permanente.
Se oggi non si interviene per limitare strutturalmente il voto motivato da cause geopolitiche, quella deriva è praticamente inevitabile. E non basterà certo ripetere “the Eurovision Song Contest is a non-political event” in fondo ai comunicati per fermarla.
IL MIO RUOLO QUEST’ANNO
Il mio amore per l’Eurovision non è in discussione. Sono diciotto anni che questo contest occupa una porzione del mio cervello e del mio calendario, e non ho nessuna intenzione di “disinnamorarmene” a comando perché lo dice il mood del momento. Però, allo stesso tempo, non riesco più – onestamente – a continuare a commentarlo pubblicamente come se niente fosse. Non dopo quello che è successo tra Malmö, Basilea, l’assemblea dell’EBU e Vienna 2026 sui binari in cui si è incanalata.
La sensazione che ho addosso, ogni volta che mi dico “vabbè, dai, iniziamo a parlare di selezioni”, è esattamente quella che avevo quando fino a due/tre anni fa provavo a commentare Ballando con le stelle dal punto di vista del ballo: mi sentivo stupido e preso in giro, perché sapevamo tutti che il programma era diventato tutto tranne che un talent di ballo, e su Twitter quasi tutti erano lì per la caciara, le polemiche, le liti pilotate e i tesoretti di Rossella Erra – mentre solo io cercavo di commentare come fosse Dancing With The Stars, parlando di salsa e paso doble come se fossero ancora il fulcro del “gioco”. Qui il rischio è identico: far finta che il cuore dell’ESC siano solo le canzoni, quando sappiamo che avremo selezioni nazionali dove il vincitore potrebbe serenamente rifiutare di andare all’Eurovision (e che una di queste selezioni, volendo, potrebbe essere Sanremo).
A quel punto, che analisi illuminanti dovrei mai fare? “Questo brano è fortissimo in ottica ESC” sapendo che magari chi lo canta non ha alcuna intenzione di andarci, o che comunque la partecipazione dipende da dinamiche che con la musica hanno poco a che vedere?
Collegato a questo c’è un’altra decisione che, al momento in cui scrivo, considero abbastanza ferma: saltare la copertura dell’Eurovision di persona nel 2026. Le ultime tre edizioni le ho vissute in sala stampa, con tutte le gioie e le fatiche del caso; quest’anno potrei teoricamente fare lo stesso a Vienna, che per mille motivi sarebbe anche logisticamente comoda. Ma semplicemente non ho più fiducia nella governance dell’EBU nel gestire il contest mettendo al centro, sul serio, gli interessi di tutte le nazioni in gara e non solo di chi urla più forte o di chi ha più peso politico.
Qualcuno potrebbe dirmi: “appunto, proprio perché la situazione è questa dovresti esserci, sul fronte, a raccontarla”. E io capisco pure l’argomento, ma la realtà è molto semplice: io questa cosa non la faccio per lavoro, ma per passione. E se una cosa che faccio per passione smette di farmi stare bene, è sano e direi persino necessario farsi da parte e lasciare che al fronte vada qualcun altro. Non ho alcuna voglia di rivivere un’altra Malmö 2024, in un contesto ancora più rovinato, solo per poter dire “io c’ero” alla prossima Imagine intonata in sala stampa.
Questa scelta pesa anche su tutto quello che avevo in mente per la stagione 2026. Avevo un mezzo piano editoriale in testa, che includeva un bel po’ di pezzi già mezzi pensati qua su EURODORK e uno Space a settimana su Twitter/X per commentare selezioni, canzoni e risultati. Era un’idea che anticipavo e mi gasava parecchio – ma per fare una cosa del genere bisogna che esistano le condizioni per parlare di Eurovision in modo minimamente sano, senza dover mettere un disclaimer geopolitico ogni tre minuti e senza dover passare metà del tempo a rispondere nei commenti a chi alternativamente mi dà del sionista o del pro-Pal.
Al momento, queste condizioni non ci sono.
Non sto facendo promesse solenni del tipo “non scriverò mai più di ESC”, perché questo non è un aeroporto e non c’è bisogno di annunci ufficiali di partenza o di ritorno. Dico solo che, ad oggi, non ho in programma di scrivere altro sulla stagione eurovisiva in corso oltre queste righe. Non so se parlerò delle finali nazionali come ho sempre fatto, non so se farò le solite preview chilometriche di Sanremo o del Melodifestivalen: lo farò solo se, strada facendo, mi accorgerò che 1) mi fa stare bene, e 2) posso farlo senza dover passare ogni riga a giustificare la mia posizione e il fatto stesso di parlarne.
Per dire: ho in mano un biglietto per la finale del Melodifestivalen e sono fortemente tentato di rivenderlo. Non perché SVT mi abbia fatto qualcosa di male – il Mello è il Mello, so benissimo che entrerei in arena, partirebbero le luci, la produzione magnifica e meravigliosa e mi divertirei come sempre. Il punto è che l’idea di andare a Stoccolma, viverlo e poi tornare a casa a farne il racconto entusiasta sui social, con la stagione dell’ESC impostata com’è adesso, mi dà una strana dissonanza addosso – perché ho davvero paura di trasformarmi in “quella persona” che mentre il mondo brucia e il contest è in piena crisi si piazza felice in platea a fare la cronaca dello schlager come se nulla fosse. Vedremo che ne sarà, mancano ancora quasi tre mesi (!). Il 2026, in ogni caso, sarà un anno pieno per me anche fuori dall’Eurovision, e la mia vita – banalità numero mille, ma vera – non dipende solo ed esclusivamente dal contest e in qualche modo andrà avanti.
L’unica cosa che mi sento davvero di augurarmi, per me e per chi continuerà a seguire il contest più da vicino, è un cambio di tono dentro il fandom. Mi piacerebbe non leggere più: persone che si danno addosso a vicenda in base al Paese da cui provengono, persone felici del ritiro di questa o quella nazione perché “tanto non hanno mai portato una canzone buona” (come se questo fosse il punto, e non il fatto che stiamo perdendo pezzi di un puzzle che dovrebbe essere il più ampio possibile), persone che si sentono in diritto di giudicare come gli altri decidono di rapportarsi al contest: chi lo lascia, chi resta, chi segue solo le selezioni, chi guarda solo la finale e chi ha bisogno di una pausa.
Ognuno, quest’anno più che mai, ha il diritto di costruirsi il proprio perimetro di sopravvivenza eurovisiva. Il mio, per ora, è questo: allargare un po’ lo sguardo, tenere acceso l’affetto per l’ESC ma smetterla di comportarmi come se fosse obbligatorio stare sul pezzo dodici mesi l’anno, anche quando il “pezzo” è oggettivamente indigesto.
Se e quando tornerà un Eurovision che si può raccontare con un minimo di leggerezza, di musica e di curiosità, mi ritroverete lì in mezzo, a parlare di canzoni come ho sempre fatto. Fino ad allora, queste righe mi bastano.
Dave out!
