No, non sarò a Vienna. Per la prima volta da Torino 2022 seguirò l’Eurovision da casa, e non soltanto per i motivi che chiunque può immaginare leggendo quel poco che ho scritto negli ultimi mesi. Ci sono anche motivi più personali, e francamente non serve che nessuno ci stia male al posto mio: quest’anno non si sono allineati gli astri e va bene così. Non lo vivo come un dramma, una dichiarazione ideologica o un grande gesto simbolico: è semplicemente quella che ritengo la scelta giusta, in questa stagione e per come si sono messe le cose.
Il che non significa che sparirò: ho chiesto e ottenuto l’accredito per la versione “online” della sala stampa, seguirò le prove come sempre nella misura in cui sarà consentito dall’EBU, il tradizionale live tweeting e le previsioni non mancheranno e, anzi, forse proprio la distanza mi permetterà di guardare certe cose con un grado di freddezza che negli ultimi anni magari mi è mancato.
Soprattutto, il punto è che rispetto a quanto paventavo cinque mesi fa col solito catastrofismo che mi contraddistingue, la stagione eurovisiva 2026 non si è trasformata nel disastro che credevo. E già solo scriverlo mi fa un certo effetto, perché se ripenso a come si era chiuso il 2025 e a come era cominciato il 2026, il copione sembrava apparecchiato per una disfatta molto più netta. L’assemblea EBU di dicembre, i boicottaggi, il tema-Israele che incombeva su tutto, l’idea che ogni selezione nazionale sarebbe stata invasa da rinunce, dichiarazioni, lettere aperte, artisti trascinati dentro un dibattito più grande di loro e spesso anche delle loro canzoni… Invece, a conti fatti, tutto questo non è successo – o almeno non nella misura in cui era lecito aspettarselo.
Il caso più evidente è stato il Portogallo, la cui selezione è stata l’unica davvero intaccata da tutta la questione. Dopo il voto EBU che ha lasciato Israele in gara, 13 dei 16 partecipanti all’edizione 2026 del Festival da Canção hanno firmato una lettera aperta dichiarando che, in caso di vittoria, non avrebbero rappresentato il Paese a Vienna. Già prima della finale RTP aveva chiarito che a differenza delle annate precedenti il vincitore non sarebbe stato obbligato ad andare, detto che poi comunque pubblico e giurie hanno premiato una delle poche proposte che invece la propria disponibilità l’aveva data. E quello è stato il vero caso in cui il tema politico ha inciso direttamente sulla selezione, rendendola un po’ un concorso con clausola sospensiva incorporata.
Nel frattempo, in Norvegia, si è svolto in miniatura un meccanismo che temo vedremo ancora: artisti che capiscono di non avere reali possibilità di vincere la selezione e decidono di alzare la bandiera palestinese all’ultimo momento, con tutte le ambiguità del caso. Sander Silva e Victorjus avevano portato una delle mie canzoni preferite di questa stagione di selezioni (Fritt fall) ed erano stati ammessi al torneo a eliminazione diretta che doveva selezionare la nona e ultima finalista del Melodi Grand Prix, ma si sono ritirati invocando la tragedia della partecipazione di Israele proprio quando era ormai evidente che il loro percorso competitivo si era sostanzialmente chiuso e che non avrebbero avuto chance di sconfiggere Skrellex nella “finalina” che poi, come sappiamo, ha premiato la drag queen e la sua Into The Wild.
Il risultato, al di là delle intenzioni dichiarate, è stato soprattutto un enorme disservizio verso NRK e una sensazione piuttosto sgradevole di causa usata anche (se non “solo”) come acceleratore di visibilità personale. Che è una delle cose che più ho temuto, in generale, di questo Eurovision 2026: il fatto che una questione drammatica e reale possa venire strumentalizzata da chi non avrebbe avuto altro modo di far parlare di sé.
Everyone’s sensibility re: the theme must be respected, but withdrawing due to the situation in 🇵🇸 AFTER you get shortlisted, get the free exposure and coverage AND realize you have (sadly) no chance to win the wildcard is downright embarrassing. Fair-weather boycotters #nrkmgp pic.twitter.com/igHQwwJ0Tp
— Davide Maistrello (@ge_aldrig_upp) January 25, 2026
Per il resto, non è oggettivamente successo chissà che. Sanremo 2026, per esempio, è stato toccato dalla questione molto più marginalmente di quanto si potesse credere nei mesi scorsi. Sappiamo dalle parole di Claudio Fasulo, pronunciate durante la conferenza stampa del vincitore, che 27 artisti su 30 avevano firmato il modulo di disponibilità per l’Eurovision: dato che mi pare corretto prendere at face value, come si dice, perché non vedo davvero per quale motivo la Rai avrebbe dovuto gonfiarlo o manipolarlo in quella sede. E soprattutto, alla prova dei fatti, non è stato un problema per Sal Da Vinci accettare di essere a Vienna né verosimilmente lo sarebbe stato per la maggioranza degli altri veri contender alla vittoria.
Per mesi una delle cose che mi hanno interrogato di più è stato il possibile effetto a catena del “gran rifiuto” di Olly nel 2025, che aveva poi aperto la strada allo storico quinto posto di Lucio Corsi a Basilea. Mi sono chiesto a lungo se quella scelta – e il fatto che, commercialmente, non abbia danneggiato il cantautore genovese in modo minimamente percepibile – non avrebbe finito per rendere l’Eurovision, agli occhi di una parte consistente della scena musicale italiana, un approdo meno desiderabile.
Non solo per la questione palestinese e per tutto ciò che si è sedimentato attorno al contest dall’anno scorso in poi (che, semmai, in certi casi avrebbero potuto funzionare più da alibi che da ragione vera) ma anche per un motivo molto più semplice e materiale: l’ESC visto come un peso, un intralcio, una parentesi che assorbe per settimane, costringe a spostare date e a ricalibrare la promozione, a spezzare il flusso naturale di una stagione che per chi vince Sanremo è già satura di impegni, richieste, apparizioni, concerti e aspettative.
E invece, anche qui, l’impatto è stato molto più contenuto di quanto temessi e nella pratica non abbiamo visto né una fuga generalizzata dei nomi forti né un rigetto strutturale del contest. E anzi, se si va a vedere bene chi si è sfilato o ha espresso preventivamente e in modo inequivocabile la sua non disponibilità (come Levante e Raf) non si tratta di artisti che erano davvero in corsa per la vittoria, e proprio per questo la loro presa di posizione – per quanto sincera – arriva accompagnata da stake minori, perché rinunciare a una competizione che non hai realisticamente possibilità di vincere è cosa ben diversa dal ritrovarti davvero con il biglietto per Vienna in mano e decidere di non accettarlo.
Questo, secondo me, ha anche una conseguenza abbastanza chiara sul dibattito italiano attorno all’Eurovision. Il fatto che quest’anno ci ritroviamo a mandare un artista che crede tantissimo in questa opportunità, e che lo sta dimostrando in modo evidente, finisce per allontanare almeno di dodici mesi la solita discussione – che prima o poi tornerà, perché è inevitabile – sull’opportunità di avere una selezione separata, un voto distinto da quello che incorona il vincitore di Sanremo o comunque un meccanismo che sleghi la vittoria del Festival dalla scelta per l’ESC. È il vecchio sogno di tanti “nemici” dell’Eurovision in Italia, comprese alcune penne preclare e seguitissime che da anni mal sopportano l’idea che il vincitore di Sanremo debba in automatico subire anche l’onere di rappresentarci in Europa.
Detto tutto questo, non voglio neanche fare l’operazione opposta e raccontare la stagione come se fosse andato tutto liscio. Sarebbe falso. È evidente che alcuni artisti, oggi, non abbiano alcuna voglia di fare l’Eurovision per via del tema etico e morale suscitato dalla presenza in gara di Israele. Ed è altrettanto evidente che questo possa aver abbassato, anche solo un po’, il livello di competitività di alcune selezioni nazionali – magari non in modo clamoroso o immediatamente quantificabile, ma abbastanza da contribuire a una sensazione che continuo ad avere fortissima.
Musicalmente, Vienna 2026 è un’edizione debole, molto debole – per me la più debole dal 2014, se non addirittura dall’orribile 2011, che resta ancora oggi a mio avviso il fondo del barile toccato nell’era moderna. Il che non significa che non ci siano canzoni interessanti, o pacchetti che possono crescere in modo importante da qui alla settimana prossima. E forse è anche per questo che, paradossalmente, mi trovo ad ammettere che questa del 2026 sia una stagione così interessante da analizzare: il campo è apertissimo, il livello generale non è il più elevato (eufemismo) e io continuo a pensare che il tipo di vittoria che ci aspetta a Vienna sia molto diverso da quello che il mercato si ostina a raccontare.
IL MERCATO

Prima di buttare lì le mie considerazioni sui favoriti e cominciare il giro del campo canzone per canzone, però, c’è una premessa che mi sembra necessaria fare. E riguarda gli scommettitori, che peraltro in larga parte sono pure amici miei, quindi non ho nessuna intenzione di trasformare questa cosa in un regolamento di conti o in una filippica da “io ho ragione e tu no”.
Però continuo a pensare che, ogni anno, il mercato delle scommesse (che, come sappiamo benissimo, influenza e detta la linea di tutta la narrazione del contest – tanto che, dal 2015 a oggi, nessuna canzone che prima dell’inizio delle prove si trovava fuori dai primi 5 dei bookies è poi riuscita a sollevare il microfono di cristallo) cada più o meno nello stesso equivoco: trattare l’Eurovision come se fosse uno sport qualsiasi. E quindi ragionare per pattern, precedenti, formule dimostratesi valide e redditizie in passato, aspettandosi che ciò che ha funzionato nel 2025 (o nel 2024, o nel 2023, o…) automaticamente debba ripetersi anche nel 2026.
Solo che le dinamiche dell’Eurovision non sono quelle di una partita di tennis o di una stagione di Formula 1: non esistono criteri oggettivamente inequivocabili per cui una proposta sia destinata ad emergere sempre e comunque. Non c’è il cronometro, non ci sono i gol, non c’è una classifica costruita sul rendimento misurabile in senso stretto e non vince quasi mai la ripetizione più efficiente di qualcosa che abbiamo già visto fare bene. Ad arrivare in fondo sono molto più spesso le proposte che riescono a intercettare il clima del momento, il bisogno di novità che il pubblico avverte – magari senza saperlo formulare chiaramente – e che finiscono per cambiare le regole del gioco invece di limitarsi a rispettarle meglio degli altri.
(Un caso limite che secondo me spiega perfettamente questo concetto è la vittoria a valanga di Salvador Sobral nel 2017. Chi mai avrebbe pensato alla vigilia che una bossanova intima, rétro, sussurrata, ampiamente fuori tempo massimo rispetto a tutto ciò che l’Eurovision sembrava premiare in quegli anni, potesse essere non solo spendibile ma addirittura devastante in quel contesto? E invece lo è stata, dato che ancora oggi si tratta del vincitore più dominante della storia del contest!)
È anche per questo che continuo a pensare che il mercato stia sopravvalutando alcune traiettorie solo perché ricordano quelle dei vincitori più recenti. In astratto capisco il ragionamento: se negli ultimi anni hanno dominato proposte fortissime sul fronte giurie, anche e soprattutto percepite come “argine” allo strapotere al televoto di una certa nazione che non doveva vincere a nessun costo, è normale immaginare che quella sia ancora la strada più sicura da battere. Ma non è detto che le giurie, stavolta, abbiano davvero voglia di premiare per il terzo anno consecutivo una proposta che ricade nello stesso universo estetico-sonoro. Storicamente all’ESC non succede quasi mai che la stessa idea di canzone vinca per tre edizioni di fila; l’unica eccezione veramente assimilabile resta il trittico 2003-2005 (Sertab Erener, Ruslana, Helena Paparizou) che però viveva dentro un’altra epoca, con il solo televoto a decidere tutto e con un pubblico che evidentemente di quel tipo di pop femminile in salsa etnica-mediterranea-Shakira Shakira non aveva ancora abbastanza.
Perché le giurie dovrebbero premiare una proposta come quella della Francia se questo significherebbe, nei fatti, incoronare per il terzo anno consecutivo una canzone che ricade nello stesso universo di riferimento – quello dell’opera-pop, del virtuosismo vocale, del numero “elevato” sopra la media del lotto? Già l’anno scorso, con JJ, si poteva percepire una certa ritrosia generale; figuriamoci adesso che Monroe rischierebbe di passare alla storia come l’ennesima vincitrice di quel filone.
In più, rispetto anche solo al 2025, il terreno è cambiato. Le giurie del 2026 sono state allargate da cinque a sette membri, con l’obbligo di includere almeno due giurati tra i 18 e i 25 anni e con una platea professionale più ampia che ora comprende anche giornalisti e critici musicali, insegnanti di musica, professionisti creativi come coreografi e stage director oltre agli addetti ai lavori dell’industria. Nei criteri di valutazione comunicati dall’EBU l’accento è stato spostato chiaramente verso l’originalità e la composizione della canzone, non solo verso la qualità vocale. Questo non significa automaticamente che le giurie si comporteranno in modo diametralmente opposto rispetto agli anni passati, ma implica sicuramente che il loro incentivo a rivotare ancora una volta l’ennesima variante dello stesso pacchetto sia meno scontato di quanto immagini il mercato.
È anche per questo che continuo a pensare che il 2026 possa essere finalmente l’anno dell’act che io, per comodità, chiamo “crazyparty”: una genealogia che parte inevitabilmente da Cha Cha Cha di Käärijä e arriva a tutta una serie di proposte esagerate, festose, rumorose, esagerate e volutamente un po’ fuori asse, che non chiedono allo spettatore di mettersi in posizione eretta davanti a un vocione della Madonna ma di buttarsi dentro a qualcosa di più allegro, istintivo e liberatorio. In un’Europa che da anni vive immersa nell’incertezza geopolitica, nell’ansia economica, nella scarsità di prospettive e in una sensazione diffusa di stanchezza, mi sembra abbastanza naturale che si faccia spazio un desiderio fortissimo di leggerezza, divertimento ed escapismo. Non come fuga scema dalla realtà, ma come bisogno collettivo di interrompere per tre minuti il bombardamento costante di gravità e tensione.
Ritengo che in questo momento sia quasi impossibile, per un act che non appartenga alla famiglia “crazyparty” – o che non goda del supporto extra-musicale garantito da cause come quelle di Israele e Ucraina, per ragioni ovviamente diversissime – raccogliere oltre 200 punti di televoto. Non lo dico per partito preso, ma perché è quello che raccontano ormai le ultime edizioni: il televoto europeo tende sempre di più a concentrarsi o su proposte che mobilitano un sostegno politico-identitario (anche di nazionalismo e mobilitazione di una diaspora), oppure su canzoni che parlano la lingua dell’euforia, del caos, della festa e dell’immediatezza fisica. E da questo punto di vista il pubblico sembra non averne davvero mai abbastanza, anche quando quel tipo di energia si presenta in forme diverse e depotenziate rispetto al capostipite Käärijä.
Da questo punto di vista, alcuni segnali sono già arrivati dalla stagione di selezioni nazionali appena vissuta. Sanremo 2026 ha prodotto una top3 interamente formata da brani uptempo – evento che a memoria faccio fatica a collocare in qualsiasi altra epoca del Festival, se non proprio a considerare senza precedenti. (EDIT: come mi è stato fatto notare, in realtà la top3 uptempo si è presentata nel 2024 con la triade Angelina Mango-Geolier-Annalisa, che mi ero permesso di escludere da questo ragionamento perché in prima stesura, più che ai BPM, volevo riportare questo ragionamento all’allegria e alla gioia di vivere che in I p’ me tu p’ te non c’era.) Allo stesso tempo, come ci siamo raccontati il mese scorso, il Melodifestivalen si è ritrovato con una finale senza nemmeno una ballata, tutta giocata su ritmo, energia, intrattenimento e voglia più o meno dichiarata di muovere i bacini e fare festa.
Questo non significa che a Vienna debba per forza vincere la canzone più scema del lotto. Il soffitto di cristallo delle giurie per questo tipo di candidature è sempre esistito e non sparirà per magia solo perché abbiamo deciso che il 2026 “ha bisogno di leggerezza”: abbiamo visto Käärijä schiantarsi contro Loreen, Baby Lasagna contro Nemo, Tommy Cash contro un sistema che non era ancora pronto (o non voleva esserlo) a farsi rappresentare da Espresso Macchiato. Però proprio quei casi raccontano anche un’altra cosa: Loreen e Nemo non hanno vinto soltanto perché erano le proposte più jury-oriented delle rispettive edizioni, ma perché erano troppo superiori alle alternative sul terreno delle giurie. Hanno monopolizzato il voto tecnico in un modo che non lasciava spazio alcuno a qualsiasi tentativo di ribaltone.
Quest’anno, almeno per come appare la situazione prima delle prove decisive, non vedo una candidatura di quel tipo. Non vedo una Tattoo o una The Code, non vedo una canzone capace di presentarsi alle giurie come opzione così dominante e superiore alla concorrenza da rendere quasi impossibile votare altro. Vedo piuttosto un campo aperto, debole e frammentato, pieno di proposte che hanno qualcosa ma non tutto: chi ha la voce ma rischia l’effetto déjà-vu, chi ha la canzone ma non necessariamente la performance, chi ha la narrativa ma non il consenso trasversale, chi ha il televoto potenziale ma deve dimostrare di non essere respingente per i giurati. Ed è da qui che, secondo me, bisogna partire per leggere le chance di vittoria delle 35 canzoni in gara.
LE 35 CANZONI IN GARA E LE LORO CHANCE
🇫🇮 FINLANDIA (2°/8° posto) – Continuo a trovare irrealistico il primo posto della Finlandia nelle scommesse, non tanto perché la candidatura non sia competitiva (lo è, e sarebbe disonesto negarlo) quanto perché il 30% abbondante di possibilità di vittoria che le viene attribuito dal mercato mi sembra figlio più di un’autosuggestione collettiva che di un’analisi ragionata delle sue chance reali.
La prima suggestione è la venerazione ormai quasi religiosa che una parte consistente del fandom nutre nei confronti di UMK, diventata in pochi anni la selezione nazionale “che piace alla gente che piace”, cool, moderna, da difendere a prescindere, spesso con un livello di indulgenza che ad altre selezioni non viene minimamente concesso. E lo dico da persona che nel 2019, quando fu annunciato il rilancio di UMK in forma competitiva per il 2020, era super favorevole mentre mezza bolla eurovisiva si stracciava le vesti rimpiangendo la selezione interna. Mi fa quindi abbastanza sorridere doverlo spiegare proprio io, ma l’edizione 2026 non mi è sembrata questo capolavoro generazionale che in tanti stanno raccontando; e trovo quantomeno curioso che si sia passato l’inverno a demolire il Melodifestivalen per la quantità di cori registrati, mentre per UMK (che anche quest’anno ha fatto largo uso di backing vocals abbinati a un mix audio quantomeno discutibile) il livello di scrutinio sia stato molto più benevolo.
La seconda suggestione, ancora più forte, è la voglia di risarcimento simbolico nei confronti della Finlandia dopo lo “sgarbo” subito da Käärijä nel 2023. Capisco il trauma collettivo, capisco che Cha Cha Cha abbia rappresentato per tantissimi il vincitore morale di Liverpool, capisco persino che l’idea di una vittoria finlandese tre anni dopo abbia una sua forza narrativa. Però l’Eurovision non è un tribunale dell’Aia incaricato di restituire alla Finlandia ciò che le giurie le avrebbero sottratto nel 2023, e continuare a leggere questa candidatura come una sorta di compensazione karmica rischia di gonfiarne artificialmente le possibilità reali.
Per come la vedo io, l’unico vero percorso verso la vittoria di Liekinheitin passa da un risultato alla Loreen, piuttosto che alla Käärijä: plebiscito o quasi delle giurie e televoto abbastanza solido da difendere il vantaggio. Ed è qui che il discorso si complica. Non sono così sicuro che questa canzone possa raccogliere un consenso tecnico schiacciante; mi piace, la trovo ben confezionata e ne riconosco la spendibilità, ma non ricordo una reazione collettiva davvero devastante al momento dell’uscita. È diventata favorita più per mancanza di alternative credibili che per altro, e questo secondo me resta il dato centrale.
Dopodiché, proprio perché il livello medio dell’edizione è quello che è, non escludo affatto che il fronte degli scommettitori finisca per solidificarsi del tutto su di lei e la trasformi entro il sabato della finale in una favorita odds-on, quindi sopra il 50%. A quel punto il rischio è che molti giurati saltino sul carro non tanto perché vedano davvero nella Finlandia una vincitrice irresistibile, ma perché il mercato, la narrativa e l’assenza di un’alternativa avranno finito per costruirla come tale.
C’è poi l’ultimo elemento, che trovo francamente scivoloso: la narrativa della Finlandia come “unico argine” alla vittoria di Israele. Capisco che in un’annata come questa ogni candidatura forte finisca inevitabilmente caricata e intrisa di significati ulteriori, ma sentire i supporter della Finlandia o la stessa YLE suggerire che solo una vittoria finlandese possa “salvare l’Eurovision” o “guadagnare tempo” sull’inevitabile collasso del contest mi sembra un’operazione molto bassa, e non così lontana – per logica, se non per contenuto politico – da certi meccanismi comunicativi che abbiamo giustamente criticato a KAN negli ultimi due anni. Far credere al fandom che un ESC in Finlandia potrebbe in qualche modo costringere Israele al ritiro, o addirittura metterlo fuori gioco, è puro gaslighting: se sono andati senza particolari problemi nella tana del lupo di Malmö, non vedo perché dovrebbero spaventarsi adesso. Anzi, se proprio, per il loro racconto sarebbe probabilmente un contesto persino più utile.
Detto questo, proprio perché l’Eurovision vive anche di narrative, non posso ignorare che questa narrazione (per quanto eticamente discutibile) possa aiutare moltissimo la Finlandia se gestita con sufficiente furbizia. Resta una candidatura forte, destinata con ogni probabilità alla parte altissima della classifica, e in un’edizione così debole ha sicuramente più margine di quante gliene concederei in un anno normale.
🇬🇷 GRECIA (1°/7° posto) – Ferto è probabilmente l’esempio più chiaro di crazyparty act in gara quest’anno, e proprio per questo la sua risalita fino al secondo posto delle scommesse mi sembra molto più comprensibile rispetto ad altri movimenti di mercato: Euro Jury suggerisce un potenziale giurie non banale, o comunque sufficiente a tenerla agganciata alle proposte che potrebbe poi superare a suon di televoto. Rispetto ai suoi predecessori, la trovo più spendibile perché qui non c’è solo caos organizzato ma un interprete che sa cantare, un’identità etnico-pop fortissima e un messaggio emotivo riconoscibile, con quel callback alla madre che dà al pacchetto un cuore narrativo senza scivolare nella furbizia un po’ ruffiana (i maligni direbbero: gigiona) di Joost. La canzone in sè mi piace, credo sia abbastanza immediata da parlare fuori dalla Grecia e abbastanza costruita da non essere liquidata dalle giurie come una semplice baracconata. Il punto interrogativo resta ovviamente lo staging: se Fokas Evangelinos trova la chiave giusta per metterla in scena può diventare una seria candidata alla vittoria, se la sbaglia rischia di restare “solo” un grande televote act da alta classifica.
🇩🇰 DANIMARCA (3°/9° posto) – Søren non arrivava al DMGP da favorito e la canzone, ai preascolti, non mi aveva colpito più di tanto: poi è salito sul palco e mi ha fatto rimangiare quasi tutto, con una performance strepitosa e uno dei pochissimi “brividini” veri che questa annata mi abbia regalato. Lo trovo un artista molto interessante, con un carisma fluido e un po’ ambiguo che può ricordare vagamente Damiano David, e continuo a non capire perché le sue aesthetics vengano lette da alcuni come troppo problematiche o respingenti per il televoto generalista: i suoi punti dal pubblico li raccoglierà, il tema semmai è quanti e da dove. Il percorso teorico verso la vittoria esiste solo se dovesse vincere le giurie, perché a quel punto resterebbe matematicamente in corsa fino all’ultimo; faccio fatica a vederlo sopra i 200 punti di televoto, e in più dovrà spartirsi parecchio spazio con le altre proposte scandinave, che potrebbero arrivare tutte in finale e rosicchiarsi voti a vicenda.
🇦🇺 AUSTRALIA (3°/9° posto) – Si è parlato tantissimo del profilo di Delta Goodrem, che è oggettivamente uno dei nomi più pesanti dell’annata in termini di carriera, esperienza e riconoscibilità nel proprio mercato. Detto questo, conviene rimanere coi piedi per terra: non stiamo parlando esattamente di Lady Gaga, e in Europa il suo nome non ha lontanamente lo stesso peso che può avere in Australia; anzi, una fetta enorme del pubblico generalista italiano probabilmente non saprà nemmeno chi sia. Eclipse è una canzone che dieci anni fa avrebbe potuto fare sfracelli all’Eurovision, e non ho dubbi che lei tirerà fuori una performance vocalmente e televisivamente mostruosa, perché parliamo comunque di una professionista di livello altissimo. Il problema è capire quanto questo basti nel 2026: per avere un percorso reale verso la vittoria deve sembrare nettamente superiore a quasi tutto il resto e conquistarsi quantomeno il primo posto delle giurie con un margine “vero”.
🇫🇷 FRANCIA (7°/13° posto) – Sulla Francia ho già detto buona parte di quello che penso: mi sembra una candidatura a fortissimo rischio flop, non perché sia debole in senso assoluto ma perché prova a inserirsi nello stesso solco di Nemo e JJ senza avere né la forza di The Code e Wasted Love, né – almeno per ora – la garanzia di una messa in scena capace di nobilitarla come hanno fatto due degli staging più clamorosi visti nella storia recente dell’ESC. Regarde! mi dà l’idea di un grande esercizio di stile costruito soprattutto per mostrare quanto sia brava la giovane interprete franco-americana, quasi una ruota del pavone vocale più che una canzone con qualcosa da comunicare. Non so onestamente se pubblico e giurie abbiano grande voglia di premiare l’ennesimo tentativo di France Télévisions di inseguire chirurgicamente il trend vincente del momento per arrivare finalmente al bersaglio grosso: certo, dello staging non sappiamo ancora nulla…
🇮🇱 ISRAELE (2°/8° posto) – La vittoria di Israele è uno scenario che mi sento ragionevolmente di escludere, perché se (come sembra indicare Euro Jury) i giurati piazzeranno Michelle oltre 100 punti sotto diverse possibili protagoniste del televoto, nemmeno un risultato in linea con quelli di Eden Golan e Yuval Raphael basterebbe a Noam Bettan per recuperare su tutte le rivali che avrebbe davanti. A questo si aggiunge la perdita di alcune nazioni che negli ultimi due anni hanno premiato Israele con il massimo del televoto (Spagna, Paesi Bassi e Irlanda in primis) riducendo inevitabilmente il bacino da cui pescare quei 10 e 12 punti che nel 2024 e nel 2025 avevano gonfiato il risultato fino a renderlo potenzialmente “esplosivo”. Resta frustrante e forse impossibile stabilire quanto Michelle sia davvero più o meno forte delle ultime due proposte israeliane, perché l’opinione del pubblico su Israele è ormai così radicata – in positivo o in negativo – da rendere impraticabile qualsiasi valutazione acritica del brano in sé. Detto questo, Israele va a Vienna per vincere, o quantomeno per comportarsi come se potesse farlo: anche se non ci riuscirà, l’obiettivo primario della delegazione resta quello di monopolizzare la conversazione, polarizzare il racconto e piegare attorno a sé le dinamiche del contest nel modo che abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene.
🇸🇪 SVEZIA (12°/18° posto) – È da quando Felicia è stata incoronata vincitrice del Melodifestivalen che temo fortemente un suo flop (relativo) in ottica eurovisiva. My System resta una proposta forte e con un’identità chiarissima, ma porta con sé una serie di elementi che fuori dal contesto svedese potrebbero diventare molto più problematici di quanto il fandom voglia ammettere: una donna sicura di sé ma non convenzionalmente incasellabile nei canoni estetici più rassicuranti del pubblico generalista, uno staging rosso/scuro e quasi industriale che cozza abbastanza frontalmente con quel bisogno di leggerezza ed escapismo di cui parlavo, e soprattutto il gimmick della mascherina – che in Svezia ha un significato preciso dentro il percorso di Felicia ma fuori rischia di prestarsi a un’infinità di meme cattivi a tema COVID. E sappiamo benissimo quanto il pubblico possa essere molto più superficiale di quanto ci piaccia raccontarci: è bastato uno shot infelice per trasformare la candidatura di Louane in una barzelletta sulla dissenteria, quindi non sottovaluterei affatto la possibilità che succeda qualcosa di simile anche qui.
A questo si aggiunge il fatto che Felicia si è esposta verbalmente contro la presenza di Israele e, per quanto in tono scherzoso, anche contro l’Italia che non l’aveva votata nella finale del Mello: non esattamente il massimo della media savviness in una stagione in cui ogni parola può essere decontestualizzata e usata contro di te. Non credo davvero che la Svezia rischi la non qualificazione, perché anche nel peggiore degli scenari verrà salvata dalle giurie, ma l’ipotesi di un risultato molto al di sotto delle aspettative (magari il peggiore dai tempi del 14° posto di Tusse Chiza) mi sembra tutt’altro che peregrina.
🇷🇴 ROMANIA (10°/16° posto) – Devo essere onesto: dal primo giorno non ho capito fino in fondo l’appeal di Choke Me, una canzone che sembra voler rifare gli Evanescence a vent’anni di distanza ma in una versione più sguaiata, più datata nel senso meno lusinghiero del termine e soprattutto quasi invendibile alle giurie. Eppure Alexandra è stata presa a cuore dagli eurofan in un modo che, per una proposta di questo tipo, mi ha sorpreso parecchio: evidentemente questo revival nu-metal/goth-adolescenziale era un bisogno collettivo che non avevo del tutto intercettato. In finale ci andrà, anche perché la Romania può contare su una diaspora importante e su un’identità molto riconoscibile in un lotto non esattamente pieno di personalità debordanti; credo però che il pubblico dell’Europa occidentale sarà molto più parsimonioso di quanto la bolla lasci pensare, e che le giurie difficilmente si faranno convincere da questo pacchetto.
🇺🇦 UCRAINA (4°/10° posto) – L’Ucraina continua a essere una delle nazioni più difficili da prezzare correttamente, perché parte con 100/150 punti di televoto praticamente in cassaforte: la diaspora ucraina, insieme al sostegno emotivo e politico che ancora circonda la loro partecipazione, garantisce un pacchetto di punti molto consistente a prescindere dalla proposta. Lo abbiamo visto l’anno scorso con gli Ziferblat, capaci di vincere la semifinale e poi chiudere noni in finale anche senza essere mai stati davvero raccontati come potenziali contender. LELÉKA può avere un percorso simile, e credo venga sottovalutata proprio perché “è l’Ucraina” e ormai si tende a dare per scontato che il loro risultato sia quasi automatico; in realtà dietro sembra esserci un lavoro serio, un team che punta dichiaratamente in alto e una proposta che, nel contesto di questa edizione, può raccogliere punti su più fronti.
🇲🇹 MALTA (9°/15° posto) – Al netto delle solite tattiche maltesi per spingere la canzone e farla sembrare più supportata di quanto suggerisca il suo reale peso specifico, penso che Aidan abbia una proposta interessante e potenzialmente più competitiva di quanto molti vogliano ammettere. Non è esattamente la mia tazza di tè, ma potrebbe essere molto più nelle corde delle giurie – e soprattutto delle wine moms di tutta Europa. Lui si presenta come una specie di cowboy Casanova (cit.), levigato e costruito per fare strage di cuori, con quell’uso ruffiano di bella e dell’italiano che ricorda un po’ il modo in cui Claude l’anno scorso aveva sfruttato il francese per darsi un’aura più elegante e internazionale. Il rischio è che tutto risulti troppo studiato e un filo paraculo.
🇨🇾 CIPRO (6°/12° posto) – Sulla carta sarebbe facilissimo liquidare Cipro come l’ennesima variazione della diva pop uptempo mediterranea, perché da Fuego in poi il rischio è sempre quello: vista una (Eleni Foureira), viste tutte. E invece, abbastanza incredibilmente, Antigoni sembra essere riuscita a infilarsi in quello stesso filone trovando una chiave un po’ più personale, originale e autentica, o quantomeno meno plastificata rispetto a tante epigoni passate dal palco dell’ESC negli ultimi anni. Tutte le metriche la danno molto alta, al punto da suggerire una top10 quasi sicura: dovrebbe fare ragionevolmente bene sia con le giurie, sia con il televoto, dove Cipro si presuppone di sfruttare un immaginario magari stereotipato ma immediatamente leggibile. Il dubbio principale riguarda le capacità vocali di Antigoni, perché un numero del genere vive o muore sulla tenuta live e sulla capacità di non arrivare sul palco con la voce in affanno.
🇨🇿 CECHIA (11°/17° posto) – Per la Cechia vedevo inizialmente un rischio concreto di non qualificazione, soprattutto perché la canzone non mi ha mai convinto fino in fondo: la trovo poco immediata, poco comunicativa e non esattamente pensata per “competere in musica”. I risultati di Euro Jury, però, suggeriscono che Daniel possa avere abbastanza supporto tecnico da strappare la 10° posizione in semifinale anche senza bisogno di chissà quale contributo dal televoto, e questo cambia abbastanza la prospettiva. Vocalità e performance dovrebbero differenziare la proposta dal resto del lotto, permettendole di giocare un campionato un po’ a sé stante. In finale, dove a questo punto credo arriverà, la vedo fermarsi a ridosso della top10.
🇧🇬 BULGARIA (8°/14° posto) – Bangaranga è andata virale in patria e BNT, al suo ritorno in gara, ha deciso di non presentarsi a Vienna tanto per fare numero: dietro c’è un team eurovisivo di tutto rispetto, con una performance affidata addirittura a Benke Rydman e Sacha Jean-Baptiste, due creativi che non hanno esattamente bisogno di presentazioni. Il brano ha un potenziale commerciale evidente (soprattutto come hit da TikTok) e in un’edizione in cui continuo a pensare che ritmo e fisicità possano contare più del solito non escludo affatto che riesca a muovere i cuori – e magari anche i culi – di una buona fetta d’Europa. Buon comeback per una Bulgaria che ci crede.
🇲🇩 MOLDAVIA (1°/7° posto) – 🚨 DANGER DANGER 🚨 La Moldavia, rientrata dopo un anno di stop, è una delle candidature che più mi spaventano in ottica “colpaccio”, perché Viva, Moldova è una canzone con un sottotesto politico fortissimo, che intercetta apertamente la voglia di riavvicinamento all’Europa emersa nel Paese dopo le ultime elezioni e la necessità, per una nazione da anni sospesa fra influenza russa, identità post-sovietica e aspirazioni europeiste, di raccontarsi finalmente come parte piena di quel progetto. TRM sembra crederci tantissimo, al punto da avere messo in piedi una performance per cui apparentemente non si è badato a spese (parliamo di un costo pari addirittura allo 0,5% del budget annuale dichiarato dal broadcaster).
Satoshi è forse il performer più carismatico dell’intera edizione, ha tutto per fare esplodere l’arena e mobilitare una diaspora moldava che negli anni, quando messa nelle condizioni giuste, ha già dimostrato di poter spostare parecchi punti al televoto. Il dubbio, come sempre per questo tipo di candidatura, riguarda le giurie: se riuscirà a convincerle di essere una proposta musicalmente e televisivamente solida, può giocare seriamente per il podio e forse anche per qualcosa di più. L’unico vero rischio è che la presenza di altri “crazyparty” finisca per rosicchiare alla Moldavia una parte del televoto a cui potrebbe aspirare – ma se esiste una proposta outsider capace di crescere nel corso della settimana e creare una narrazione forte e al momento inaspettata, al momento questa è una delle primissime che guarderei.
🇭🇷 CROAZIA (14°/20° posto) – La Croazia porta una proposta etnica, identitaria e molto riconoscibile, e in un’edizione come questa già il fatto di avere un profilo chiaro non è un dettaglio da poco. Non è una canzone che mi faccia impazzire, né la vedo come una possibile sorpresa vera, però ha evidentemente un suo pubblico e abbastanza elementi per ritagliarsi lo spazio necessario in semifinale. In finale, dove penso la vedremo, il discorso diventa più complicato: dovrà lottare per ogni punto in un’area balcanica che quest’anno potrebbe guardare maggiormente altrove, e non è detto che riesca a raccoglierne abbastanza da evitare la parte bassa della classifica.
🇱🇺 LUSSEMBURGO (17° posto/NQ) – Il Lussemburgo ha finora mantenuto un record perfetto dal suo ritorno (due finali su due) ma quest’anno rischia seriamente di interrompere la striscia. La canzone avrebbe probabilmente fatto faville dieci o quindici anni fa nell’epoca del pop eurovisivo più “fiabesco” alla Emmelie de Forest, ma nel 2026 mi sembra un po’ superata, poco memorabile e soprattutto priva di un vero motivo per essere scelta in mezzo a tante altre proposte più caratterizzate. In più non potrà nemmeno contare sui punti sloveni legati alle origini familiari dell’artista, visto il ritiro della Slovenia, e faccio fatica a immaginare il pubblico abbracciarla davvero.
🇳🇴 NORVEGIA (16° posto/NQ) – Considerata a forte rischio eliminazione, la Norvegia ha ricevuto una lifeline abbastanza insperata dalla produzione, che l’ha piazzata in chiusura della seconda semifinale – lo slot migliore possibile, arrivato in modo anche piuttosto inatteso. La canzone continua ad avere delle red flag importanti, a partire da un hook “ya ya ya” che trovo francamente debole e poco ispirato, ma guadagna parecchi punti grazie alla forza dell’interprete: un vero figo carismatico e Damianesco come pochi, con uno swagger e una capacità comunicativa che ricordano davvero il miglior Damiano David. Il fatto che sia riuscito a battere Alexander Rybak nella finale norvegese qualcosa vorrà pur dire, e infatti non me la sento più di darlo per morto. Detto questo, anche qualora riuscisse a entrare in finale, si troverebbe a essere la quarta o quinta proposta nordica in gara con il rischio di venire inevitabilmente cannibalizzato da candidature più competitive.
🇬🇧 REGNO UNITO (19°/25° posto) – Volevo credere in questa proposta, anche perché nei primi giorni dopo l’uscita un minimo di hype sembrava essersi creato e l’idea che la BBC provasse finalmente qualcosa di diverso mi sembrava comunque da incoraggiare. Il problema è che quell’entusiasmo si è spento molto in fretta, lasciando l’impressione di una canzone senza veri fan: non abbastanza forte per essere presa sul serio, non abbastanza zany per funzionare nel contesto ESC, non abbastanza immediata da trasformarsi in una sorpresa di televoto. Le prime performance live di Sam non hanno aiutato, e il rischio più grande a mio avviso è l’effetto “hooligan ubriaco” che toglierebbe serietà e credibilità a una proposta che già di per sé gioca pericolosamente sul filo del non prendersi troppo sul serio. Ad oggi mi sembra davvero difficile immaginarlo fuori dalla bottom 5.
🇱🇹 LITUANIA (16° posto/NQ) – La Lituania viene data da molti come qualificata abbastanza sicura, anche per un record recente stellare (non manca una finale da prima del COVID!) ma io continuo a non esserne così convinto. La canzone mi sembra complicata, teatrale, cantata da un personaggio che entra in scena truccato come il quinto dei Rockets e immersa in un tourbillon di lingue, cambi di registro e situazioni che non so quanto possa risultare davvero appetibile al primo ascolto. Il problema non è tanto la stranezza in sé, che all’Eurovision può sempre diventare un vantaggio, quanto il rischio che questa proposta metta sul chi va là persino le giurie invece di rassicurarle. Personalmente continuo a pensare che con gli SHWR avrebbero avuto più chance.
🇩🇪 GERMANIA (19°/25° posto) – Il potenziale per un percorso quantomeno dignitoso ci sarebbe anche, perché la canzone non è affatto impresentabile e in un’annata così debole potrebbe trovare qualche appiglio nel supporto del pubblico casual. Il problema è che è stata bollata quasi subito come una copia di mille cose già sentite (da Fuego in giù) e questo tipo di framing all’Eurovision è difficilissimo da scrollarsi di dosso. Le giurie potrebbero aiutarla a evitare l’ultimo posto e magari a costruire un risultato meno disastroso del previsto.
🇦🇱 ALBANIA (5°/11° posto) – L’Albania è la mia personale quota scommessa di questa edizione. I segnali di Euro Jury sono stati molto incoraggianti, forse persino più di quanto ci si potesse aspettare, e già questo basterebbe a suggerire che la proposta di Alis possa avere una vita anche fuori dal tradizionale perimetro del televoto di diaspora. A questo si aggiunge proprio la capacità albanese di mobilitare i propri connazionali sparsi in giro per l’Europa, che abbiamo visto benissimo anche l’anno scorso, e soprattutto il gimmick dei sottotitoli: dopo il quinto posto di Lucio Corsi, sarebbe ingenuo pensare che nessuno provi a replicare una soluzione così semplice ed efficace per far passare il testo di una canzone non in inglese, e RTSH ha già dichiarato di volersi muovere in tal senso. In questo caso, poi, il messaggio può davvero arrivare e parlare a molte persone, trasformando una proposta già solida in qualcosa di molto più accessibile e trasversale. Non credo sia una bestemmia immaginare Nân migliorare l’ottavo posto degli Shkodra, e se succedesse sarebbe uno dei risultati più clamorosi della serata.
🇱🇻 LETTONIA (18° posto/NQ) – Atvara porta una delle canzoni che mi sono cresciute di più nelle ultime settimane, ma resta probabilmente la proposta più lontana di tutte dallo zeitgeist attuale, sia per mood che per tematiche. Paradossalmente, proprio lei avrebbe beneficiato tantissimo dei sottotitoli, perché il messaggio contro la dipendenza da alcool e sostanze avrebbe potuto trovare una chiave di accesso molto più immediata. Così com’è, può salvarla solo un sostegno molto convinto delle giurie.
🇷🇸 SERBIA (13°/19° posto) – I fan del rock, dell’alternativo e delle proposte più dure trovano quasi sempre uno spazio all’Eurovision, e quest’anno la Serbia ha presentato probabilmente l’opzione più estrema in quella direzione. Non è una canzone pensata per mettere tutti d’accordo ma ha un’identità forte, un ottimo ordine di uscita in semifinale e abbastanza personalità da centrare la finale senza drammi. Da lì in poi dipenderà molto da come cadranno le carte: a naso la vedo attorno a metà classifica, risultato che per la Serbia sarebbe comunque dignitoso.
🇦🇲 ARMENIA (16° posto/NQ) – L’Armenia porta IMHO il crazyparty più debole dell’edizione, e non sono particolarmente contento di come hanno gestito questa partecipazione. Hanno scelto internamente, sono arrivati per ultimi con il brano e si sono infilati consapevolmente in una corsia che era già piena di proposte più forti, più caratterizzate e più competitive sullo stesso terreno. La scelta di Simón con questa canzone mi sembra quasi suicida: non parliamo di un brano pescato per caso da una selezione nazionale, ma di una proposta costruita apposta sapendo benissimo che avrebbe dovuto giocarsela contro altri act analoghi e meglio attrezzati. Sinceramente, se restasse fuori dai 25 finalisti non sarebbe una grande ingiustizia.
🇨🇭 SVIZZERA (15° posto/NQ) – In tanti si sono fatti prendere un po’ in contropiede dalla proposta svizzera, forse perché dopo Luca Hänni, Gjon’s Tears e Nemo ci si aspettava l’ennesima candidatura apertamente da bersaglio grosso. Non sarà quel tipo di Svizzera (e credo che loro per primi lo sappiano benissimo) ma la canzone resta una delle più attuali e radiofoniche di questa edizione, con un immaginario che guarda abbastanza chiaramente a certe coordinate tra Ethel Cain e Chappell Roan senza limitarsi a copiarle in modo scolastico. In più parliamo di una delegazione che negli ultimi anni ha dimostrato di sapere benissimo come costruire uno staging e valorizzare al massimo ciò che porta: non mi stupirei affatto di vederli fare bene con le giurie e raccogliere anche un televoto decoroso. Non hanno la smania di rivincere, non devono dimostrare niente a nessuno e faranno un Eurovision ai loro termini.
🇵🇱 POLONIA (17° posto/NQ) – La scelta di Alicja mi era sembrata inizialmente una specie di contentino, un modo per restituirle quel palco eurovisivo che il COVID le aveva tolto nel 2020 – peraltro con un pezzo, a mio avviso, più forte di Pray. Ero quindi abbastanza pronto a chiamarla fuori senza troppi complimenti, dopodiché resta un dato fondamentale: lei vocalmente è brava, e in una semifinale come la prima lo spazio per infilarsi nei dieci potrebbe anche esserci. La domanda vera è se le giurie decideranno di adottarla, e qualche timido segnale in proposito è arrivato dall’Euro Jury. Alla Polonia questi giochi di prestigio riescono più spesso di quanto le analisi razionali vorrebbero ammettere, quindi continuo a considerarla borderline.
🇧🇪 BELGIO (18° posto/NQ) – Per il Belgio il discorso è abbastanza simile a quello della Polonia: proposta passata molto sotto traccia, anche perché una parte del fandom sembrava più delusa dal mancato boicottaggio belga che interessata alla canzone in sé, e perché Essyla si è portata dietro un certo rumore dopo alcune dichiarazioni lette come vagamente pro-Israele — anche se, a ben vedere, il paragone con il calcio e l’idea che nessuno chiederebbe ai calciatori di boicottare una competizione mi sembravano una presa di posizione di buon senso. In più la sua candidatura è stata percepita fin dall’inizio come un piano B o un ripiego, soprattutto dopo che non si è materializzato il rumor di Loïc Nottet. Restano però dei problemi concreti di presenza scenica, emersi anche nella performance ospite a The Voice Belgique.
🇬🇪 GEORGIA (17° posto/NQ) – La Georgia è una delle proposte più indecifrabili dell’edizione. All’inizio sembrava dovessero spaccare il mondo, la canzone era stata digerita persino meglio del previsto e il ritorno di quel certo immaginario georgiano da Junior Eurovision aveva fatto fantasticare qualcuno. Poi, settimana dopo settimana, sono scesi nelle aspettative: prima semplici qualificati, poi sul filo ma più dentro che fuori, poi sull’orlo del baratro, e adesso quasi eliminati sicuri per molti. La Georgia ha pochi amici, poco bacino naturale a cui attingere e non so quanto possa bastare il ricordo del JESC 2008 per trascinarla in finale.
🇦🇹 AUSTRIA (19°/25° posto) – L’Austria è la mia personale preferita dell’edizione, e temo di pochi altri. Trovo Tanzschein una proposta divertente, coraggiosa, forse persino troppo avanti per l’Eurovision attuale dove la stranezza funziona quasi sempre solo quando è già codificata, etichettabile e facilmente memabile su Twitter. Spero quantomeno riesca a scampare il doppio zero fra televoto e giurie, perché sarebbe una punizione davvero ingenerosa per una nazione che ha provato a mettere in campo qualcosa di diverso.
🇵🇹 PORTOGALLO (19° posto/NQ) – Anche i Bandidos do Cantesono stati bersagliati da critiche già prima di vincere il Festival da Canção, principalmente perché erano fra i pochi candidati che avevano scelto di non boicottare l’Eurovision e quindi rovinavano la narrazione di un fandom già convinto che RTP avrebbe truccato la selezione pur di riuscire a mandarli a Vienna – e pazienza se poi hanno dominato pure il televoto. Detto questo, come per l’Armenia, non sono contento della direzione che sta prendendo la partecipazione eurovisiva del Portogallo: il FdC mi sembra sempre più pretenzioso, autoreferenziale e distaccato non solo da ciò che funziona all’ESC, ma anche da ciò che gli stessi portoghesi sembrano avere voglia di vedere in gara, come dimostrano gli ascolti colati a picco negli ultimi due anni. Una eliminazioncina, a questo punto, potrebbe persino fargli bene.
🇪🇪 ESTONIA (18° posto/NQ) – Io spero con tutto il cuore che le Vanilla Ninja entrino in finale, perché sono state massacrate dal fandom per nessun vero motivo se non quello di avere battuto Ollie – e pazienza se Ollie, nel mondo reale, è arrivato terzo e in mezzo c’era pure NOËP. Persino in Estonia sono state mazzolate dagli altri artisti dell’Eesti Laul, con il sottotesto nemmeno troppo velato e rivolto al pubblico del “le avete votate voi, poi non lamentatevi se andiamo fuori in semifinale”, che è un modo abbastanza elegante per scaricare sulla band il peso di un’eventuale eliminazione prima ancora di arrivare a Vienna. In ogni caso loro non si sono date per vinte e hanno lavorato davvero: il revamp più rockeggiante, più da arena e meno appoggiato alla sola nostalgia mi sembra un passo avanti enorme, e le ha rimesse quantomeno in gioco per il decimo posto.
🇸🇲 SAN MARINO (19° posto/NQ) – Senhit e Boy George sono stati dati a lungo per spacciati, secondo me senza mettere abbastanza in conto le disponibilità finanziarie pressoché illimitate di questo progetto, che ha costruito un team stellare e una promozione a tappeto per creare buzz attorno alla candidatura. La canzone, onestamente, l’avrei preferita cantata solo da Senhit: l’aggiunta di Boy George non risponde poi a tutta questa reale necessità artistica, anche se è ovvio che senza appiccicarci sopra quel “nomone” non si sarebbero mai create le condizioni per vederla vincere a San Marino. Detto questo Boy George resta un NOME, polarizzante quanto si vuole, e si sta muovendo in modo abbastanza furbo e sgamato per intercettare non solo il voto nostalgico della dance gaya anni ’80, ma anche un certo tipo di attenzione mediatica e di pubblico che altrimenti San Marino si sognerebbe. Di loro si parlerà ovunque, perché i media generalisti leggeranno “Boy George all’Eurovision” e avranno immediatamente un titolo pronto; ci sarà curiosità per capire cosa farà, come si presenterà e quanto sarà davvero coinvolto sul palco. Magari la finale non la fanno comunque, eh, ma il 18% di chance di qualificazione mi sembra una larga sottostima.
🇲🇪 MONTENEGRO (16° posto/NQ) –Il Montenegro è la fanwank dell’edizione, e ovviamente coincide con la principale regina dea imperatrice margravia viscontessa nata dalle tempeste di quest’anno e cioè Tamara Živković. Il problema è che l’Eurovision reale, purtroppo o per fortuna, non si vince e nemmeno si supera in semifinale solo con l’investitura della bolla, e l’ordine di uscita l’ha massacrata in un modo che rende la sua strada molto più stretta di quanto i fan vogliano ammettere. Per riportare il Montenegro in finale dopo undici anni serviranno salti mortali veri, soprattutto sul fronte giurie, perché al televoto non so quanto questa candidatura riesca a uscire dalla nicchia che l’ha già incoronata prima ancora di vederla sul palco.
🇦🇿 AZERBAIJAN (20° posto/NQ) – L’Azerbaijan porta l’unica vera canzone di questa edizione che faccio fatica a immaginare con chance concrete di qualificazione. Capisco il tentativo di costruire una strada più autoctona e identitaria, ma la realtà è che finora questa direzione non sta portando praticamente nulla: nessun risultato ottenuto negli ultimi 4 anni, con partecipazioni irricordabili e nessuna capacità di incidere davvero sul contest. A un certo punto forse a Baku conviene arrendersi all’evidenza e tornare a rovistare nei resti del Melodifestivalen, anche se questa Just Go, alla fin fine, non mi dispiace nemmeno – soprattutto nella versione rock.
🇮🇹 ITALIA (ne parliamo nella seconda parte) – E poi c’è l’Italia, che volutamente tengo fuori da questa carrellata perché merita un discorso a latere. Come spesso accade quando si parla dell’Italia all’Eurovision, il punto non è solo capire dove possa arrivare in classifica ma che cosa racconti del nostro rapporto con il contest, di Sanremo, della RAI e di una delegazione che quest’anno sembra avere in mano una proposta molto più interessante – e molto più pericolosa – di quanto una parte della bolla voglia ammettere. Ma a questo, appunto, ci arriviamo nella seconda parte.
Dave out!
