ESC 2026 – Grand Final, i pronostici

E così, anche quest’anno siamo arrivati all’epilogo di questo Eurovision Song Contest 2026.

Come sempre, buona parte delle considerazioni andranno fatte a freddo: a mente più lucida, lontano dalla tensione del momento e dall’inevitabile confusione, eccitazione e timore che accompagnano le ore immediatamente precedenti la finale. Però una cosa si può già dire: questa è stata un’edizione che prometteva di restare aperta fino all’ultimo punto, e alla fine così è stato. Solo non nella maniera – e soprattutto non attraverso le dinamiche – che mi sarei aspettato.

  1. 🇦🇺 Australia – 395 punti (258 giuria + 137 televoto)
  2. 🇬🇷 Grecia – 369 punti (150 + 219)
  3. 🇫🇮 Finlandia – 367 punti (227 + 140)
  4. 🇮🇱 Israele – 343 punti (68 + 275)
  5. 🇮🇹 Italia – 329 punti (85 + 244)
  6. 🇧🇬 Bulgaria – 292 punti (116 + 176)
  7. 🇩🇰 Danimarca – 227 punti (175 + 52)
  8. 🇲🇩 Moldavia – 221 punti (56 + 165)
  9. 🇺🇦 Ucraina – 213 punti (63 + 150)
  10. 🇵🇱 Polonia – 194 punti (144 + 50)
  11. 🇷🇴 Romania – 192 punti (60 + 132)
  12. 🇦🇱 Albania – 182 punti (96 + 86)
  13. 🇫🇷 Francia – 141 punti (111 + 30)
  14. 🇭🇷 Croazia – 128 punti (65 + 63)
  15. 🇨🇿 Cechia – 115 punti (103 + 12)
  16. 🇸🇪 Svezia – 99 punti (77 + 22)
  17. 🇨🇾 Cipro – 63 punti (18 + 45)
  18. 🇲🇹 Malta – 62 punti (54 + 8)
  19. 🇷🇸 Serbia – 48 punti (7 + 41)
  20. 🇩🇪 Germania – 40 punti (31 + 9)
  21. 🇱🇹 Lituania – 39 punti (22 + 17)
  22. 🇧🇪 Belgio – 36 punti (24 + 12)
  23. 🇳🇴 Norvegia – 18 punti (15 + 3)
  24. 🇬🇧 Regno Unito – 4 punti (4 + 0)
  25. 🇦🇹 Austria – 1 punto (1 + 0)

Sulla carta c’erano tutti gli ingredienti per una finale strana: un livello medio dei brani storicamente basso, una favorita annunciata (la Finlandia) che non ha mai convinto fino in fondo, una serie di candidature potenzialmente competitive ma tutte imperfette. Il risultato è stato un campo di gioco apertissimo, frammentato, pieno di micro-narrative che non hanno mai realmente attecchito nel racconto fatto dai media generalisti e con pochissimi punti fermi davvero solidi.

Prima dell’inizio di queste due settimane avevo messo in fila una serie di punti fermi, quasi dei capisaldi teorici su cui non ero particolarmente disposto a compromessi. E oggi, a poche ore dalla finale, mi sembra giusto rimetterli sul tavolo come farebbe un avvocato in aula prima di arrivare alla parte scomoda della propria arringa: non per fingere che non siano mai esistiti, ma esattamente al contrario – per riconoscere che esistevano, erano ragionati e avevano una loro logica, e che proprio per questo è interessante capire dove questa edizione abbia deciso di metterli in crisi.

  • CHE nell’Eurovision moderno, con un televoto sempre più cannibalizzato dalle diaspore, dalle mobilitazioni identitarie e soprattutto dai due enormi elefanti nella stanza chiamati Israele e Ucraina, fosse ormai impossibile per una canzone fuori dal grande ombrello del crazyparty superare quota 200 punti di televoto;
  • CHE in un’annata priva di un vero rullo compressore in tal senso, il voto delle giurie non sembrasse avere una proposta abbastanza superiore alle altre da certificare matematicamente la vittoria già al termine del primo blocco, come successo con Loreen e Nemo;
  • CHE dopo tre vittorie sostanzialmente decise dalle giurie, queste ultime avrebbero potuto (e forse dovuto) sentire l’incentivo a premiare una candidatura capace di raccogliere una fetta significativa di televoto;
  • CHE quella candidatura potesse concretizzarsi quasi inevitabilmente in uno dei tre “funny man” dell’edizione, e cioè Grecia, Moldavia e Italia;
  • CHE, alla prova dei fatti, uno solo fra questi act avrebbe potuto cannibalizzare davvero il supporto di quel tipo di pubblico, come in passato avevano fatto Käärijä, Baby Lasagna, Tommy Cash;
  • CHE la Grecia fosse la più indicata delle tre a ricoprire questo ruolo, perché più leggibile della Moldavia, più moderna dell’Italia e più facilmente vendibile come compromesso fra televoto potenziale e sufficiente rispetto delle giurie;
  • CHE fosse impossibile, o quasi, vincere l’Eurovision moderno sotto i 400 punti totali;
  • CHE ci sarebbe sempre stata almeno una proposta capace, nel computo complessivo giurie più televoto, di fregare anche un eventuale ennesimo televoto monstre di Israele…

Continuo a ritenere tutti questi assunti, presi singolarmente, non assurdi. Anzi, in larga parte li considero ancora validi, o quantomeno coerenti con ciò che abbiamo visto negli ultimi anni. Il problema è che questo Eurovision 2026 ha sparigliato le carte in modo molto più brutale di quanto avessi messo in conto, e per quanto io continui a pensare che quei ragionamenti, presi singolarmente, avessero e abbiano ancora una loro logica, a poche ore dalla finale mi vedo costretto a sconfessarne diversi nella loro applicazione concreta.

A partire dalla chiamata più importante: quella della vincitrice, che in questo momento (e contro il mio stesso giudizio, buon senso e quello che volete) vedo nell’Australia di Delta Goodrem ed Eclipse.

Il mio ragionamento sull’Australia parte dal modo in cui abbiamo letto fin dall’inizio il voto delle giurie. L’Euro Jury di ESCXtra, che in assenza di dati reali resta comunque uno dei pochi termometri utili per capire l’umore del giurato eurovisivo medio, aveva disegnato un campo molto frammentato: Danimarca, Finlandia, Australia, Grecia e Francia si erano più o meno divise lo spazio, senza che emergesse una vincitrice netta e dominante come poteva essere Loreen o Nemo.

Solo che quel campo, nelle ultime ore, si è inevitabilmente ristretto. La Danimarca e la Francia, che a un certo punto sembravano candidature perfettamente credibili anche in ottica vittoria, oggi non lo sono più: Før vi går hjem è scivolata al settimo posto delle scommesse, Regarde! addirittura al nono. Svezia, Cipro e Italia, che seguivano in questo ranking le nazioni summenzionate, non hanno fornito esattamente le prove vocali più rassicuranti. E quindi, andando un po’ ad esclusione e concentrandosi solo su quanto visto in arena, l’Australia è diventata quella che più di tutte ha guadagnato da questo restringimento del campo.

Delta Goodrem dal vivo è bravissima, e non solo in ottica Eurovision ma in senso assoluto. Spacca il capello dal punto di vista vocale, controlla ogni nota e ogni respiro dando costantemente l’impressione di essere la star internazionale invitata come ospite speciale della serata, non una concorrente che deve dimostrare di meritare il suo posto in gara. È un tipo di autorevolezza che le giurie tendono a riconoscere, soprattutto in un’edizione dove tante altre candidature arrivano al voto tecnico con uno o più punti interrogativi evidenti. Magari i 300 punti di giuria non li prende, perché il campo resta comunque più frammentato di quello del 2023 o del 2024; però il primo posto con un margine concreto sulla Finlandia e sulle altre contender, oggi, mi sembra uno scenario perfettamente credibile.

E venendo proprio alla Finlandia: siamo davvero ancora convinti che Liekinheitin sia una proposta in grado di mettere tutti d’accordo? I segnali mi sembrano abbastanza contrastanti. La prova di ieri sera, quella su cui hanno votato le giurie, non è stata esattamente la migliore per Linda e Pete; i riscontri social dopo la prima semifinale li hanno visti annaspare dietro ad altri protagonisti, e l’unica metrica oggettiva che continua a sostenere la candidatura finlandese è il fatto che sia diventata la canzone giornalmente più streammata dell’edizione su Spotify.

La cosa è che Spotify, in questo contesto, è un indicatore fuorviante e poco realistico perché non misura davvero il potenziale europeo di una canzone, o almeno non lo fa in modo pulito: misura soprattutto quanto quel brano stia performando nel proprio mercato nazionale. Liekinheitin è prima perché va forte in Finlandia, Per sempre sì è seconda perché va forte in Italia, My System è terza perché va forte in Svezia, e via così. Dobbiamo davvero ricordare quanti stream faceva Wasted Love a quest’ora l’anno scorso?

Diamo pure per scontato, per ragionare, che la Finlandia arrivi seconda nella classifica delle giurie dietro l’Australia. Siamo pronti a mettere la mano sul fuoco che riuscirebbe a prendere più punti al televoto di Delta Goodrem? E soprattutto abbastanza punti da ribaltare un eventuale gap costruito dai giurati? Io, onestamente, no.

Anche perché continuo a vedere entrambe ben fuori dalla top5 del televoto. Vedo Australia e Finlandia come due proposte che, per motivi diversi, possono “sfondare” soprattutto presso un pubblico occidentale, adulto e meno legato alle dinamiche di diaspora o ai televote magnets più immediati; e quel pubblico quest’anno è peraltro ridotto dalla dipartita di alcune nazioni fondamentali di quel blocco (Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda).

La performance di Eclipse può piacere o non piacere (e io continuo a trovarla una fiera del cliché, una specie di manuale illustrato della power ballad eurovisiva al servizio di una canzone che verrà dimenticata domani mattina e non ha alcuna possibilità di diventare un classico anche solo del contest) ma va riconosciuto che ha una progressione e un climax chiari, riconoscibili e facilissimi da ricordare. Delta all’asta, Delta al pianoforte, Delta che si solleva sull’ascensorino e domina l’arena nel finale. Si tratta sicuramente di una performance tipo da talent show, concezione che apparteneva più all’ESC degli anni ’10 (ne scrivevo tanto ai tempi dei miei primi blog eurovisivi su Reality House) e che credevo superata, ma evidentemente può ancora dare se abbinata a un’interprete così navigata e superiore ai suoi concorrenti.

C’è poi un ultimo elemento, emerso con forza nelle ultime ore con articoli e TikTok già virali, che rischia di aggiungere alla candidatura australiana un carico emotivo non previsto: la storia personale di Delta. Nel 2018, dopo un intervento per rimuovere una ghiandola salivare, una complicazione le causò la paralisi di un nervo della lingua costringendola a reimparare a parlare e poi a cantare. È una storia potentissima, soprattutto se associata a una performance in cui lei appare vocalmente inattaccabile e trionfante. Se questa narrativa dovesse essere rilanciata dai commentatori, l’effetto empatia potrebbe essere considerevole e necessario per darle quel margine di sicurezza al televoto che una candidatura così jury-oriented ha bisogno di costruire per non rimanere prigioniera del solo voto tecnico.

Spostandoci sul lato televoto, la cosa che non mi aspettavo davvero da questa edizione è stata l’emergere di così tante candidature valide destinate a giocare, almeno in parte, sulla stessa coalizione geografica e culturale: quella dell’Europa dell’Est e dei Balcani. Ed è qui che, secondo me, si è complicato parecchio il percorso della Grecia.

Ferto era partita come la principale alternativa alla Finlandia, la vera candidatura in grado di incarnare quel crazyparty moderno, competitivo, vocalmente solido e con un messaggio abbastanza impegnato (se così possiamo considerare la velata critica al consumismo e la voglia di comprare tutto per “riempire i vuoti”) anche per le giurie. Sulla carta aveva tutto: energia, identità, un interprete fortissimo, una diaspora super motivata e una collocazione naturale dentro lo zeitgeist di cui abbiamo parlato per settimane. Il problema è che, giorno dopo giorno, questa traiettoria si è un po’ sgonfiata – mon in modo drammatico, non abbastanza da escluderla dalla conversazione, ma abbastanza da farla scivolare da possibile vincitrice naturale a candidatura che ha bisogno di una serie di incastri molto più favorevoli.

Il running order, poi, non l’ha aiutata minimamente. Uscire col #6 in una finale così lunga e ricca di proposte iper televotabili rischia di inibirne il potenziale proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di essere massimizzato. Non credo affatto che Akylas sia fuori gioco: sarebbe assurdo dirlo, soprattutto considerando quanto bene venda il pacchetto e quanto sia solida la performance. Però non mi sembra abbia mosso lo stesso affetto trasversale dei suoi predecessori più immediati, al di là della motivatissima diaspora greca e di una parte della bolla che continua giustamente a riconoscerne il valore. Me lo immagino quindi sconfitto di misura con un televoto importante, forse anche molto importante, ma non abbastanza da recuperare tutto lo svantaggio accumulato da Delta Goodrem (o da Linda e Pete, o entrambi) nel voto delle giurie.

Dentro quello stesso spazio si è infilata, con una forza sorprendente, la Bulgaria. Nelle ultime ore Bangaranga è entrata di prepotenza nelle prime cinque delle scommesse dopo essere rimasta per tutta la stagione fra il 13° e il 15° posto. In questo caso, però, l’hype mi sembra giustificato: il team assoldato da BNT ha fatto un lavoro davvero intelligente e originale nel mettere in scena il brano, evitando di trasformarlo nell’ennesima fotocopia dei girlbop eurovisivi visti negli ultimi quindici anni. Detto questo, continuo a pensare che l’onda sia arrivata troppo tardi: l’hype della Bulgaria mi ricorda quelle dinamiche un po’ compulsive da settimana eurovisiva in cui, a un certo punto, bisogna per forza individuare una vincitrice alternativa e shockante: stesso copione già visto nel 2024 con l’Irlanda e ancora di più l’anno scorso con l’Albania. In alcuni casi questa spinta serve davvero a consolidare un grande risultato, in altri racconta più il desiderio collettivo di non arrendersi al quadro già scritto (specialmente se la vincitrice annunciata convince poco o “ha annoiato”). Mi piacerebbe moltissimo se la Bulgaria vincesse, anche perché sarebbe una storia pazzesca di ritorno e rilancio, ma al momento credo sarebbe già tantissimo trovarla in top5.

Poi c’è Israele, e qui il discorso resta quello che ho provato a fare per tutta la stagione. Se giurie e televoto dovessero premiare proposte completamente diverse nelle rispettive top5 (scenario tutt’altro che impossibile in un anno così frammentato) e la quota vittoria scendesse verso i 350/360 punti, allora anche Noam Bettan rientrerebbe inevitabilmente in gara. Non serve nemmeno spiegare cosa comporterebbe una vittoria israeliana in questo contesto; lo sappiamo tutti, e credo che proprio per questo in qualche modo si troverà ancora una volta la combinazione necessaria per evitarla. Resta però il fatto che Israele continuerà a incidere pesantemente sul racconto del contest, indipendentemente dal risultato finale: la sua presenza continua a monopolizzare una parte enorme della conversazione mediatica e lascia ogni anno strascichi sempre più tossici, più spiacevoli e più difficili da smaltire. Ed è forse questa la cosa più logorante: non tanto il rischio in sé, ma la sensazione che l’Eurovision sia ormai costretto a vivere ogni stagione dentro questo eterno calcolo di contenimento, come se una parte delle analisi non consistesse più nel capire chi possa vincere ma nel capire chi possa impedire a Israele di farlo.

Tra le canzoni che possono ancora vincere (o quantomeno ricoprire fino in fondo il ruolo di outsider pericolosa) resta da dirimere il discorso Italia. Ci sarà tempo dopo l’ESC per analizzare davvero ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato nella partecipazione di Sal Da Vinci. La mia idea, rimasta abbastanza stabile nelle ultime settimane, è che Per sempre sì sia un pacchetto quasi totalmente ignorato dalla bolla degli scommettitori e degli eurofan ma potenzialmente capace di sfondare al televoto molto più di quanto il mercato stia supponendo.

Per sempre sì è forse l’unica proposta di questa finale in grado di costruire un ponte reale fra Est e Ovest. A Est, perché Sal porta un’idea di musica italiana anni ’70/’80 che in moltissimi Paesi resta venerata per ragioni affettive, storiche, sociologiche e perfino familiari; a Ovest, invece, per la possibile mobilitazione di quella diaspora italiana – e soprattutto meridionale, spesso di seconda e terza generazione – che la nostra partecipazione eurovisiva non ha mai davvero provato ad attivare in modo così diretto.

Allo stesso tempo, bisogna essere onesti: questo non è un pacchetto che le giurie eurovisive dovrebbero sostenere più di tanto. Per sempre sì può piacere, può divertire, può sembrare irresistibile nel suo modo sfacciato di raccontare questa tanto agognata italianità da cartolina ma non rientra esattamente nel profilo della proposta che il voto tecnico tende a premiare. Anzi, per quel che si è visto ieri sera, non troverei nemmeno così shockante ritrovarla nella metà bassa della classifica giurie.

Detto questo, la sensazione che una persona potrebbe avere dall’esterno (senza conoscere le dinamiche interne della gara, dei rapporti di forza e delle mille letture parallele che ci facciamo da mesi) è quasi che EBU e ORF stiano tentando in ogni modo di propiziare una vittoria, o quantomeno un grande risultato, dell’Italia. Il #22 è un ordine di uscita perfetto e da contender vera: abbastanza tardi da rimanere fresco nella memoria del pubblico, lontano da quasi tutte le proposte più forti e televotabili (molte delle quali sono concentrate in prima metà) e circondato da candidature molto più deboli, spuntate o comunque meno esplosive. Nessun’altra nazione tra le papabili, tranne forse una Romania che si è fatta un po’ fregare l’hype del comeback dalla vicina Bulgaria, ha ottenuto una posizione migliore.

Il problema è che, a fronte di tutto questo, la famosa mobilitazione della diaspora napoletana e meridionale rischia ancora di essere più un mio wishful thinking che un dato realmente riscontrabile – o comunque, anche ammesso esista, non sta emergendo con sufficiente chiarezza dalle metriche che abbiamo a disposizione. Possiamo raccontarci che Sal Da Vinci sia il Tommy Cash di questa edizione (e nella mia previsione, non a caso, gli ho assegnato sostanzialmente lo stesso punteggio raccolto da Estonia 2025 scalato per tenere conto delle due nazioni votanti in meno) ma la differenza è evidente: Espresso Macchiato era diventata virale in mezza Europa, e si intuiva abbastanza chiaramente che avrebbe avuto un riscontro enorme anche fuori dalla bolla eurofan.

Per il resto, a poche ore dalla finale, la mia griglia di partenza resta abbastanza chiara: la favorita numero uno per questo Eurovision 2026 è l’Australia, seguita a stretto giro da Grecia e Finlandia, con Bulgaria, Italia e Israele nel ruolo di possibili spoiler o outsider pronte ad approfittare di qualunque defaillance delle favoritissime. Penso che la soglia che decreterà la vittoria si aggirerà fra i 390 e i 410 punti, potenzialmente facendo segnare il punteggio televoto/giurie più basso per una vincitrice nella storia moderna di ESC, al momento fissato a 405 da Ell & Nikki per l’Azerbaigian 2011 (ma allora il risultato finale si componeva in un altro modo)

Tutte le altre, per motivi diversi, le vedo fuori dalla corsa per il microfono di cristallo, pur con alcune candidature da tenere d’occhio nei rispettivi campi: Moldavia, Romania e Ucraina sul lato televoto; Danimarca, Cechia, Polonia e Francia sul lato giurie. In fondo, invece, la battaglia per l’ultimo posto sembra destinata a giocarsi tra Austria e Regno Unito, due proposte che rischiano seriamente lo zero al televoto e per cui farà probabilmente la differenza anche una sola giuria disposta a concedere qualche punto salvifico.

Per quanto riguarda l’Italia e Sal Da Vinci, la previsione che mi sento di fare è un quinto posto con possibile vista podio: un risultato alla KEiiNO 2019, magari in formato ridotto e con una distribuzione diversa tra giurie e televoto. Abbastanza alto da confermare che il potenziale c’era eccome e forte da farci discutere per settimane su cosa sarebbe potuto succedere con qualche mossa diversa, ma forse non abbastanza completo per trasformare Per sempre sì nella vincitrice dell’Eurovision Song Contest 2026.

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