Il caso (per) Sal Da Vinci

🇮🇹 ITALIA (1°/7° posto)

Partiamo dall’assunto di base, così evitiamo equivoci e mi risparmio preventivamente il solito processo per lesa scaramanzia nazionale: in questo momento, prima dell’inizio vero e proprio delle nostre prove, io vedo l’Italia classificarsi fra la prima e la settima posizione. Questo non significa che io sia convinto che Sal Da Vinci vincerà l’Eurovision 2026, né tantomeno che mi stia facendo prendere dalla solita sbornia patriottica pre-contest (anche perché non è il mio stile, e se mi leggete da tempo probabilmente lo sapete). Significa una cosa molto più semplice: questo Eurovision 2026 è tecnicamente vincibile anche dall’Italia – e RAI arriva a Vienna con in mano una proposta che può a mio avviso giocarsi carte molto più importanti di quanto una parte della bolla stia effettivamente riconoscendo. Ovviamente, la condizione minima perché questo si avveri è che ci si provi seriamente, con un piano ragionato e non con il solito atteggiamento un po’ provinciale per cui siamo l’Italia, basta presentarci e il podio è dovuto.

Vado ad analizzare, in ordine sparso ed elencandoli così come mi vengono, tutti i pro e i contro di questa candidatura italiana.

 

I PRO

Già quando Per sempre sì ha vinto Sanremo, in qualche modo gravitava l’idea che fosse una proposta con grandi potenzialità eurovisive. Ma va detto, lo erano un po’ tutte quelle approdate in superfinale: da Sayf a Ditonellapiaga ad Arisa, l’Italia anche quest’anno si sarebbe giocata una carta molto competitiva (per motivi diversi) praticamente qualunque fosse stato l’esito finale. Come ripeto da anni, anche nelle edizioni più deboli del Festival l’Italia cade sempre in piedi, perché il livello medio degli artisti proposti a Sanremo resta sostanzialmente più alto rispetto a quello di buona parte delle selezioni nazionali europee, e perché vincere Sanremo è talmente complesso e stratificato che l’act che riesce a sopravvivere è quasi per definizione spendibile per un risultato importante in Europa. Non sempre per vincere, certo; ma spesso per giocarsi il podio, e in certi anni persino qualcosa di più.

Sal porta però in Europa qualcosa che nel passato recente dell’Eurovision non ha veri equivalenti: il debutto sostanziale della musica neomelodica sul palco del contest – o meglio, di un immaginario dance-pop ripulito, universalizzato e impacchettato dentro la formula di un brano uptempo matrimoniale e nazional-popolare.

Da noi in Italia il neomelodico è spesso associato al Sud Italia, a Napoli e a un’idea di gusto “basso”, trash, melodrammatico, pop-olare nel senso meno nobilitante del termine; all’estero, però, questo bagaglio non si manifesta nello stesso modo. Quello che a una parte dell’intellighenzia italiana ricorda Gomorra, donna Imma Polese e il Castello delle Cerimonie, fuori può arrivare come italianità pura, teatrale, un po’ rétro e un po’ larger than life. Lo ripeto: ciò che l’italiano medio ha voluto leggere come un brano kitsch, derivativo, da sagra di paese o addirittura, nelle parole abbastanza infelici di Aldo Cazzullo, “colonna sonora di un matrimonio della camorra”, fuori dall’Italia può tranquillamente rappresentare un intero immaginario che per noi magari è stereotipato, abusato e poco rappresentativo di quello che riteniamo significhi essere italiani, ma che per uno straniero incarna in modo immediato e plastico una certa idea di italianità: orgogliosa, sentimentale, teatralissima e proprio per questo immediatamente riconoscibile.

Una delle cose più interessanti è che Per sempre sì viene descritta da tutti come retrò, old-fashioned, vintage, ma poi la si vede accostata alle decadi più disparate: anni ’60, anni ’70, anni ’80, perfino anni ’90. A un certo punto il sospetto è che non sia “datata” in senso stretto, ma più semplicemente senza tempo. Anche perché non credo affatto che il suo pubblico potenziale sia solo quello più anziano: Sal è un personaggio talmente teatrale, riconoscibile e “memabile” da poter incuriosire anche chi normalmente non si avvicinerebbe a una proposta del genere, e il consenso trasversale che ha ottenuto in Italia (ponendosi subito come uno dei brani sanremesi 2026 più utilizzati su TikTok) lo testimonia. Se vincesse, tra l’altro, diventerebbe con ampio margine il più anziano vincitore della storia dell’Eurovision – superando il record di Dave Benton, che vinse nel 2001 per l’Estonia a 50 anni e 101 giorni.

E qui arriviamo al punto centrale: Sal Da Vinci è un personaggio che incarna uno stereotipo di italianità – o forse persino di italoamericanità, considerando le sue origini e il fatto che già il nome d’arte “Sal Da Vinci” sembra uscito da una puntata dei Soprano. Potrebbe suonare quasi come una parodia, se non fosse che lui rappresenta in modo quasi scientifico lo stereotipo dell’uomo italiano che fuori dai nostri confini continua a tirare moltissimo: playboy senza ostentarlo, latin lover, Casanova, stallone italiano q.b., ma alla fine (e soprattutto) un grandissimo cucciolone. Ed è proprio questo equilibrio tra gigioneria, sentimentalismo e sincerità a renderlo molto più interessante all’occhio dello spettatore casual di quanto una parte della bolla voglia ammettere.

Poi c’è la voce. Sal canta bene, e nella prima serata di Sanremo ha cantato benissimo, rubando la scena in un modo che forse in tanti non si aspettavano. Non è un dettaglio da poco, perché se vogliamo raccontare Per sempre sì come un possibile crazyparty adulto, mediterraneo, matrimoniale e che comunque non ha nulla a che vedere con Käärijä e i suoi predecessori, dobbiamo anche ricordarci che qui non siamo davanti al funny man che compensa con carisma ciò che gli manca sul piano vocale. Sal è un interprete che può sostenere il pezzo, venderlo con una sfacciataggine e una convinzione che non avrebbe nessun altro, farlo esplodere e allo stesso tempo tenerlo dentro una cornice di credibilità musicale che alle giurie potrebbe bastare per non respingerlo come semplice baracconata.

A mio avviso Per sempre sì rientra in qualche modo nella macro-famiglia del crazyparty, ma da una porta in qualche modo laterale. Non è il rave di Käärijä o di Joost Klein, non è il brainrot di Tommy Cash, non è la festa etno-pop della Grecia o della Moldavia: è un altro tipo di festa, più da matrimonio italiano, da piazza di paese, da ricevimento in cui a un certo punto si alzano in piedi anche quelli che per due ore hanno fatto finta di non voler ballare. E in un’edizione in cui – come ho raccontato nella prima parte di questo articolo – continuo a vedere una fame diffusa di leggerezza, joie de vivre e uscita temporanea dalla gravità e dai problemi del mondo, questa proposta può intercettare perfettamente una corsia che nessun altro sta occupando nello stesso modo.

A Sanremo, secondo me, il tema del matrimonio non è stato parte integrante del successo di Sal e si è rivelato un elemento marginalissimo nel racconto complessivo dell’operazione. All’Eurovision, invece, lo renderei centrale. Non perché bisogna trasformare il palco di Vienna in una bomboniera con i confetti, né perché si debba inseguire in modo reazionario il pubblico che ogni anno si lamenta della “deriva progressista” dell’ESC e sogna il ritorno ai valori tradizionali (chissà quali, poi). Sal stesso ha parlato della canzone come di un inno all’amore universale, e questa lettura – furba, ruffiana, politically correct, definitela come volete – è importante per non alienarsi nessuno e per mantenere il pacchetto dentro un perimetro inclusivo. Detto questo: il testo, piaccia o meno, racconta chiaramente un amore eterosessuale celebrato in “vestito bianco sposa” e promesso “davanti a Dio”, con tutto l’immaginario che ne consegue.

Non sfruttare quella corsia fino in fondo, secondo me, sarebbe un errore. Non servono simboli religiosi, che peraltro all’Eurovision non sarebbero nemmeno presentabili in modo esplicito; serve invece puntare – in modo sobrio e con la classe che per dodici mesi all’anno amiamo stereotipicamente attribuirci – sull’estetica del matrimonio italiano, della Dolce Vita, della vita lenta, del paesino di provincia con le strade in acciottolato, della Vespa e della Lambretta, del gelato, delle fazzolettate, dell’ammuina, del corteggiamento dell’omo focoso napoletano che fa il pavone ma alla fine ti guarda come se fossi l’unica persona al mondo.

Il televoto, a mio avviso, potrebbe premiare Per sempre sì più di quanto faranno le giurie. Se poi i punti saranno 100, 150, 200 o persino di più dipenderà da come l’Italia saprà giocarsi le proprie carte contro le dirette avversarie, che per me sono soprattutto Grecia e Moldavia. Lo ripeto: credo che l’Eurovision 2026 verrà vinto dal crazyparty che raccoglierà più punti con le giurie – perché tra le proposte potenzialmente televotabili, quella che riuscirà a non farsi respingere dal voto tecnico sarà anche quella con il percorso più credibile verso il microfono di cristallo (e verrà riconosciuta per il suo momentum nel corso della settimana come quella, fra le tre, che più ragionevolmente può sfidare e buttare giù la Finlandia).

L’Italia, in questo senso, parte da una posizione meno assurda di quanto sembri: in Euro Jury è arrivata ottava, con un consenso tutto sommato trasversale, e un risultato del genere a Vienna basterebbe già a ipotecare una top5. Per puntare al podio o alla vittoria, certo, serve qualcosa di più: serve stare davanti alla Grecia, contenere la Moldavia, e soprattutto trasformare la performance in un momento virale di cui si parla già dalla prima esibizione del martedì.

Un altro elemento che mi rende più ottimista del solito è l’atteggiamento di Sal. Mi è sembrato veramente interessato all’Eurovision come opportunità da cogliere e come esperienza da vivere, molto più di tanti altri artisti che ci hanno rappresentato negli ultimi anni. C’entra forse la sua personalità caciarona, aperta e “meridionale” nel senso più affettuoso del termine; c’entra il fatto che sia abituato a esibirsi davanti a platee internazionali e non abbia l’aria di chi vive Vienna come una fastidiosa appendice promozionale dopo Sanremo. Si trova abbastanza nel suo habitat: gli piace conoscere persone, cantare, stare in mezzo alla gente e trasformare ogni ospitata in una piccola scena da varietà. E per una proposta come questa è un aspetto fondamentale, perché Per sempre sì non può funzionare se chi la canta sembra imbarazzato dal proprio stesso pacchetto.

Da questo punto di vista, il lavoro promozionale fatto finora è stato impressionante, soprattutto sul fronte RAI – in una sorta di tour de force che mi è sembrato puntare dichiaratamente a raggiungere quanti più italiani all’estero. Sal è passato da Domenica In – speciale Sanremo subito dopo la vittoria, è stato più volte dentro il racconto de La vita in diretta e de , è apparso a Canzonissima, a Domenica In di nuovo in chiave Eurovision, a Dalla strada al palco, a Belve, a La Pennicanza, ha fatto Radio Italia Live, Battiti Live, Playlist su Rai 2, oltre ai pre-party di Amsterdam e Londra e ai podcast di Fedez e Diletta Leotta: una presenza davvero capillare, massiva, quasi ubiqua. L’apice di questo fenomeno si è raggiunto il 14 marzo, quando abbiamo assistito a un evento più unico che raro: in contemporanea, su Rai 1 con Sanremo Top e su Canale 5 con il concerto evento trasmesso in differita Sal Da Vinci Concerto – Stasera che sera!, andava in onda l’esibizione di Sal su Rossetto e caffè.

A questo riguardo vale la pena sviscerare un tema enorme: l’Italia non ha mai davvero provato a mobilitare la propria diaspora in ottica eurovisiva. O meglio, ha sempre potuto contare su un certo soft power culturale, sulla riconoscibilità quasi automatica del marchio-Italia e su comunità italiane sparse in tutta Europa, ma non ha mai costruito una campagna che parlasse direttamente a quel pubblico enorme di italiani di seconda e terza generazione, spesso di origine meridionale, che normalmente non segue l’ESC o comunque non voterebbe per il semplice fatto che nessuno gli ha mai dato un motivo abbastanza forte per sentirsi chiamato in causa.

Sal Da Vinci, da questo punto di vista, può essere una variabile molto più insidiosa di quanto la bolla riesca a misurare. Non parla necessariamente all’eurofan che si vergogna di ammettere che Per sempre sì gli è entrata in testa, né al pubblico italiano “cool” che vorrebbe essere rappresentato all’estero solo da proposte spendibili nei salotti giusti. Parla potenzialmente ai tanti spettatori dell’est Europa e dei Balcani che sono cresciuti con questo tipo di musica e lo portano nel cuore, ma anche a un’Italia fuori dall’Italia: famiglie emigrate in Germania, Svizzera, Belgio, Francia, Regno Unito, comunità di estrazione principalmente meridionale che magari non hanno nessun interesse particolare per l’Eurovision ma che potrebbero vedere in Sal una forma di rappresentazione immediata, sentimentale e quasi familiare. Non voterebbero la canzone italiana solo “perché è bella”, ma perché indirettamente parla a loro e alla loro storia.

Ed è esattamente il tipo di televoto sommerso che i mercati potrebbero fare fatica a intercettare, perché esiste fuori dal campione di pubblico che siamo abituati a immaginare quando parliamo di ESC: eurofan, casual che per tradizione guardano la finale con gli amici, comunità queer, pubblico in prevalenza giovane, TikTok, Gen Z e via di fiore in fiore. Qui il bacino potenziale è diverso: persone che magari seguono l’Eurovision distrattamente, come qualsiasi altro programma in TV, ma che davanti a Sal Da Vinci in finale potrebbero decidere di prendere il telefono e votare. Con tutti i distinguo del caso, è una dinamica non del tutto diversa da quella vista con Israele negli ultimi due anni: la capacità di portare “alle urne” un pubblico esterno al normale perimetro eurovisivo, mosso non soltanto dalla canzone in sé ma da un senso di appartenenza, identificazione e rappresentazione.

In più c’è il fattore Napoli, che secondo me non va sottovalutato. Dopo il caso Geolier a Sanremo, abbiamo già visto quanto possa diventare potente la narrativa del “facciamo vincere Napoli”, anche quando viene raccontata malissimo, demonizzata o ridotta al solito folklore della città che vota compatta per sé stessa. Sal arriva dopo una vittoria sanremese che ha già consacrato in modo inequivocabile quel mondo, uccidendo sul nascere – come abbiamo visto – l’inevitabile fiorire delle polemiche anti-meridionaliste, e alla vigilia di un Festival 2027 che con Stefano De Martino alla guida rischia di avere un’impronta napoletana ancora più marcata. In questo contesto, l’idea di “fare vincere Napoli in Europa” potrebbe diventare molto più di una suggestione e trasformarsi in una leva emotiva concreta, soprattutto per chi quella Napoli se l’è portata dietro emigrando, magari da decenni.

Il potenziale devastante, se sfruttato bene, sta anche nella gestualità di Sal: l’anello, la mano sul petto, il pugno nel pugno e il finale sull’“accussì” – trasformando una parola semplicissima in un momento riconoscibile, imitabile e replicabile da chiunque. È il tipo di gesto che all’Eurovision può trasformarsi in un winning moment. Non devi parlare italiano nè sapere chi sia Sal Da Vinci: ti basta vedere lui che arriva al climax, porta la mano sul petto, promette davanti a Dio e chiude con quel movimento collettivo che può essere ripetuto dal pubblico in arena, nei reel su TikTok, nel recap e nelle compilation “Il meglio dell’Eurovision” per anni a venire.

Sappiamo che la messa in scena sarà curata da Marcello Sacchetta, coreografo con un curriculum importante, passato da Amici e poi attivo anche in contesti internazionali. In un’intervista uscita per il settimanale Gente, Sacchetta ha parlato del gesto delle mani sul petto come marchio di fabbrica da estendere all’intero gruppo di ballerini, con una coreografia che dovrebbe diventare progressivamente più dinamica e culminare proprio lì.

“Cercherò di portare sul palco la mia visione del brano e un po’ di italianità. Sal sarà accompagnato da 5 ballerini che entreranno in scena in maniera piuttosto discreta; man mano che la canzone proseguirà, la coreografia diventerà più dinamica e nel finale tutti a fare i movimenti del famoso ritornello.”

Poi c’è il running order, che non è un dettaglio. L’EBU ha sempre avuto un occhio di riguardo per RAI, per ovvie ragioni economiche, televisive e di peso specifico all’interno del contest, e dubito fortemente che Sal venga sacrificato nelle prime dieci posizioni, cioè quelle più lontane dall’apertura del televoto e più esposte al rischio di essere dimenticate da una parte del pubblico generalista. Non solo perché l’Italia è una Big 5 e, in un’edizione potenzialmente fragile sul fronte ascolti per via del boicottaggio, è nell’interesse di tutti massimizzare il pubblico in un mercato grande come il nostro; ma anche perché RAI avrà tutto l’interesse a far esibire Sal dopo la fine del blocco più forte della concorrenza su Canale 5 ossia l’apertura delle buste de La Ruota della Fortuna, che durante questa stagione televisiva ha raggiunto picchi attorno ai 7 milioni di telespettatori e al 35% di share. E qui il discorso non vale allo stesso modo per tutte le Big 5. Certo, anche BBC, France Télévisions e ARD hanno tutto l’interesse a tutelare il proprio pubblico nazionale, ma nessun altro grande mercato europeo ha una prima serata in cui il principale competitor dell’Eurovision vede il suo climax alle dieci di sera.

Per questo, se anche l’Italia dovesse pescare la first half – e ricordiamoci che c’è un 25% circa di possibilità – mi aspetto un certo tipo di pressioni per tenerla quantomeno dopo il #10. La Ruota termina di solito attorno alle 21:50/21:55, e l’anno scorso la Lettonia (uscita undicesima) cantò alle 22:02 dopo il primo break pubblicitario: una collocazione simile, per Sal, avrebbe perfettamente senso. Anzi, in un’edizione come questa, con una proposta italiana potenzialmente molto televisiva e spendibile anche per il pubblico casual, non vedo perché l’EBU non dovrebbe garantire a RAI uno slot quantomeno dignitoso.

In ogni caso, e detto che buona parte di questa analisi potrebbe rivelarsi semplicemente frutto delle mie elucubrazioni: al di là di qualsiasi possibile ragionamento, rimane fermo un punto e cioè che le chance di vittoria dell’Italia si basano necessariamente su una contemporanea controprestazione di Grecia e Moldavia. Non penso, in ogni caso, che Sal Da Vinci farà peggio del settimo posto – proprio perché immagino possa raggiungere in media un’ottava/decima posizione con le giurie e da lì in poi possa solo guadagnare posizioni e non perderne.

 

I CONTRO

Ovviamente, adesso che abbiamo messo in luce tutti i lati positivi della candidatura italiana, è necessario assumere i panni del proverbiale “avvocato del diavolo” e fare lo stesso con i negativi.

Il primo grande problema è che la vittoria di Sal a Sanremo non è stata dominante. È stata accolta, alla fine, più come la consacrazione di un personaggio dell’anno che come il trionfo inevitabile di una canzone pigliatutto, ma non è stata una cavalcata così schiacciante e soprattutto non è arrivata vincendo il televoto della superfinale. E qui torna sempre la massima iconica e intramontabile di Christer Björkman: non potrà conquistare l’Europa chi non riesce a vincere a valanga in patria. Sal questo non l’ha fatto, e questo è un fatto. Ciò non significa che non possa funzionare all’Eurovision, perché Sanremo ed ESC hanno pubblici e dinamiche molto diverse, ma è un dato che comunque va tenuto presente.

Il secondo problema è la percezione italiana. È quasi incredibile che gli italiani all’estero sembrino sentirsi più rappresentati da questa canzone degli italiani “veri”, e che Per sempre sì sia stata spesso accolta meglio dagli eurofan stranieri che da quelli italiani. Non c’è stata una vera polemica sulla sua partecipazione, e a differenza di Lucio Corsi l’anno scorso RAI sembra avere messo tutte le sue forze dietro questa “campagna” eurovisiva; però resta quella sensazione strana per cui la canzone piace a tutti ma molti si vergognano di ammetterlo o di indicarla chiaramente come la propria preferita. È un po’ il Berlusconi dei primi anni ’10: pubblicamente nessuno lo votava, poi nel segreto dell’urna il Silvione nazionale tirava fuori numeri che facevano impazzire i sondaggisti. Succederà anche con Sal? Può darsi. Ma basare una previsione di vittoria sul “supporto nascosto” di chissà quanti shy Sal Da Vinci voters non è esattamente una scienza esatta.

Il terzo problema è lo staging, ed è forse il più delicato perché qui si gioca la differenza tra una candidatura che sfrutta davvero il suo potenziale e una che finisce per fare il passo più lungo della gamba. Abbiamo già detto che sarà curato da Marcello Sacchetta, coreografo importante e già legato al mondo di Sal, ma sappiamo anche che lui stesso ha ammesso candidamente di non conoscere l’Eurovision e di avere inizialmente immaginato di mettere in scena un matrimonio all’italiana con cento persone sul palco, stile Bad Bunny all’ultimo Super Bowl: dettaglio evocativo, per carità, ma non esattamente rassicurante se pensiamo che sul palco dell’ESC possono starcene al massimo sei.

Per quel che ne sappiamo, la performance potrebbe non avere nessuno dei caratteri che io metterei al centro (anzi, mi sono messo in gioco e ho provato a farlo in una sorta di storyboard per CuePilot/LiveEdit che vi lascio in calce): niente matrimonio italiano, niente Dolce Vita, niente estetica da paesino, niente corteggiamento e niente riferimenti a Napoli. Potrebbe limitarsi a Sal fermo al centro con cinque ballerini attorno, più o meno come nelle ospitate televisive viste dopo Sanremo. E lì il rischio sarebbe enorme, perché Per sempre sì ha bisogno di una cornice che ne trasformi la sfacciataggine in racconto, non di una coreografia qualunque appiccicata sopra un brano già molto caratterizzato.

Allo stesso tempo, però, bisogna anche stare attenti a non cadere nell’errore opposto. Perché leggendo le reazioni internazionali alle prime indiscrezioni sulla messa in scena, un altro punto che emerge con forza è proprio questo: molti non sembrano chiedere all’Italia di diventare “più eurovisiva”, ma quasi il contrario. Nei commenti alle dichiarazioni di Sacchetta, diversi utenti hanno espresso timori abbastanza chiari: il solo annuncio dei ballerini ha fatto tornare in mente a qualcuno i fantasmi di La noia 2024, altri hanno scritto che una delle grandi forze di Sal è proprio la capacità di reggere un one-man show, e che caricare esageratamente il pacchetto per renderlo più ESC-friendly potrebbe rivelarsi controproducente. C’è anche chi ha ricordato quanto lo staging italiano possa essere hit and miss, pur riconoscendo che aggiungere un concetto alla performance potrebbe essere la scelta corretta se fatto con criterio.

Ed è qui che la questione diventa interessante. Per anni abbiamo criticato l’Italia perché arrivava all’Eurovision per fare il compitino, cercando di imporre le proprie regole e non piegarci a quelle che hanno fatto il successo di tante proposte che ricordiamo ancora dopo anni. Poi, quando finalmente proviamo a fare qualcosa di più costruito e ragionato, il rischio è di dimenticare che una parte del pubblico ci premia proprio per il motivo opposto: perché non sembriamo inseguire l’Eurovision e portiamo artisti che stanno dentro la propria identità, perché spesso siamo più efficaci quando non proviamo a mettere elementi di scena, coreografie e fuochi artificiali al di sopra della musica.

Lo scrivevo già dopo Basilea: ho la sensazione che ci troviamo agli ultimi colpi dell’era dei grandi prop, delle performance iper-costruite e degli staging concepiti nel più minimo dettaglio. Non succederà quest’anno, ma continuo a pensare che nel giro di poche edizioni possa vincere di nuovo un artista che sale sul palco quasi da solo e riempie lo spazio semplicemente con la propria presenza, come Lena nel 2010 o Salvador Sobral nel 2017. E se questa è davvero la direzione verso cui il pubblico sta tornando, è inevitabile che proprio per come funziona Sanremo e come diversa è l’impostazione del Festival dei fiori rispetto all’Eurovision l’Italia si trovi fra le nazioni più indicate a perseguire questa strada.

Il punto, quindi, non è scegliere tra “Sal da solo” e “Sal con cinque ballerini”, come se fosse una questione aritmetica. Il punto è capire chi serve chi. Se i ballerini servono Sal, amplificano il suo carisma, costruiscono attorno a lui una piccola comunità festosa, matrimoniale, popolare, quasi da piazza che gli risponde e lo accompagna, allora ben vengano. Se invece Sal finisce per servire la coreografia, costretto a stare dentro un impianto pensato più per sembrare eurovisivo che per valorizzare la sua natura, allora il rischio è di spuntare proprio l’arma migliore che abbiamo

Il quarto problema è fisico-vocale. È bellissimo che Sal abbia fatto così tante esibizioni e così tanta promozione, ma non è un ragazzino e nelle ultime uscite dove si è esibito live non è sempre sembrato vocalmente al massimo. Non vorrei mai arrivasse a Vienna spompato, un po’ come Gabbani a Kiev 2017 dopo due mesi passati dentro la proverbiale lavatrice mediatica che derivava dal fatto di essere il favorito più scontato alla vittoria di quella edizione. La canzone sembra semplice solo in apparenza, ma è necessario venga venduta con precisione, respiro, presenza e controllo; se lui arriva stanco, o se non riesce a dare il 110% nei momenti decisivi, il pacchetto può perdere quel margine di credibilità vocale che gli serve per non essere archiviato dalle giurie come un numero datato e da varietà.

Infine c’è il mercato. Al momento l’Italia è ai margini della top10 nelle scommesse, e questo è un problema perché rischia di arrivare al sabato decisivo senza essere mai stata davvero nella conversazione dei favoriti. A meno che l’esibizione fuori concorso del martedì non diventi viralissima, non avremo mai quella spinta narrativa gratuita che negli ultimi anni ha aiutato molte candidature a consolidarsi nella percezione collettiva. In generale, lo ammetto, questo non è il profilo classico di una canzone vincitrice, e nemmeno di una che ci si può aspettare ragionevolmente faccia super bene “per forza”. Resta una proposta anomala per i canoni moderni dell’ESC, troppo popolare in senso italiano e troppo dipendente da una messa in scena che ancora non abbiamo visto. Se Grecia e Moldavia rappresentano il crazyparty più prevedibile dentro le coordinate dell’Eurovision contemporaneo, l’Italia rappresenta la sua variante più strana e forse più insidiosa: quella che non sembra moderna, ma proprio per questo può risultare nuova e “distruttiva” o al contrario, passare in secondo piano rispetto alle altre e giocarsi “soltanto” l’ennesima, dignitosa top10.

Quindi sì: io l’Italia la metto tra il primo e il settimo posto – non perché mi sia partito il solito delirio patriottico, non perché Sal debba vincere per forza e non perché la canzone sia immune da criticità (che mi pare di avere scandagliato ed evidenziato con dovizia di dettagli). La metto lì perché, se tutto va nel verso giusto — running order, staging, voce, viralità del gesto, mobilitazione della diaspora, sufficiente rispetto delle giurie e televoto più alto del previsto — il percorso verso un risultato enorme esiste. Ed essendo questo l’Eurovision 2026, cioè un’edizione aperta, confusa, piena di favoriti fragili e paradigmi pronti a saltare, mi sembra molto più sensato riconoscere questo potenziale che far finta di niente solo perché Per sempre sì non rientra nell’idea di “Italia eurovisiva” che una parte di noi vorrebbe vedere validata dal resto d’Europa.

A chi andrà a Vienna, quindi, non posso che augurare buon lavoro e buona fortuna. May the odds be ever in your favour, come direbbe qualcuno con più gusto per il melodramma distopico di quanto sarebbe consigliabile per tutti noi che abbiamo vissuto “in prima persona” Malmö e Basilea. Ma soprattutto: che sia una Eurovision week leggera, divertente, senza drammi inutili e polemiche tossiche, senza il bisogno di trasformare ogni prova, ogni dichiarazione e ogni classifica in un’analisi geopolitica o una guerra santa per difendere o annichilire l’artista preferito o quello inviso.

Che per una settimana si possa tornare a parlare di canzoni, di staging, luci, televoto, giurie, di gente che canta bene e gente che canta meno bene, di sorprese, di flop e magari pure di qualche momento bello davvero. E che l’Eurovision, almeno per tre sere, riesca a fare quello che continua a promettere da anni e che negli ultimi tempi gli è riuscito sempre meno: riunire tutta l’Europa davanti a un palco, con la voglia di divertirsi e di vivere assieme il più grande spettacolo musicale al mondo.

Dave out!

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